Dalle città ai centri più piccoli, le società FIJLKAM rappresentano luoghi di aggregazione, formazione e inclusione. Le testimonianze di tecnici e famiglie raccontano uno sport capace di accompagnare i giovani dentro e fuori dalla palestra.
Quando si parla di judo, l’attenzione si concentra spesso sulle competizioni, sulle medaglie e sui risultati conquistati dagli atleti. Dietro ogni gara, però, esiste un lavoro quotidiano meno visibile, portato avanti nelle palestre dalle società sportive, dagli insegnanti tecnici, dai dirigenti e dalle famiglie.
In Campania questo impegno assume un valore particolare. In un territorio composto da grandi città, periferie e numerosi piccoli centri, le società affiliate alla FIJLKAM non rappresentano soltanto luoghi nei quali praticare sport, ma autentici punti di riferimento per le comunità locali.
Il tatami diventa uno spazio di incontro nel quale bambini e adolescenti possono stare insieme, esprimersi liberamente e costruire relazioni positive. È qui che imparano a rispettare le regole, a confrontarsi con gli altri e ad affrontare le difficoltà senza arrendersi.
Il judo, dunque, non è soltanto una disciplina sportiva. È uno strumento educativo che accompagna la crescita della persona.
Una palestra nella quale sentirsi a casa.
La voce delle famiglie aiuta a comprendere quanto l’ambiente sportivo possa incidere sul percorso di un giovane. Annagrazia, mamma di un giovane judoka, racconta che la scelta del judo nacque quasi casualmente.
«In realtà è stato nostro figlio a chiederci di praticare judo, per seguire un compagno che si era avvicinato a questa disciplina. Con il tempo si è appassionato e ormai sono quattro anni che continua a frequentare il corso».
Una richiesta nata dall’amicizia si è trasformata in un percorso duraturo, capace di produrre effetti positivi anche al di fuori della palestra.
«Mio figlio è sempre stato un bambino molto preciso e attento ai propri impegni. Ritengo che il judo lo abbia aiutato soprattutto nei rapporti interpersonali, rendendolo maggiormente sicuro e aperto verso gli altri».
L’esperienza assume un significato ancora più importante considerando le caratteristiche personali del ragazzo.
«È sempre stato fisicamente più piccolo rispetto ai suoi compagni. Il judo è stato fondamentale per migliorare la sua autostima e permettergli di avere maggiore fiducia nelle proprie capacità».
Nelle parole della madre emerge anche il valore del rapporto costruito con i maestri e con l’ambiente della palestra.
«Credo che altrove non si sarebbe appassionato allo stesso modo. In palestra si sente a casa, accolto in un clima familiare e sereno».
Una frase semplice, ma capace di racchiudere la funzione più profonda di una società sportiva: fare in modo che ogni ragazzo possa sentirsi accolto, riconosciuto e libero di essere sé stesso.
L’aspettativa della famiglia non è legata esclusivamente ai risultati agonistici. Prima delle medaglie viene il desiderio che il giovane continui a vivere lo sport con serenità.
«Vorrei che continuasse innanzitutto a divertirsi e a vivere i momenti trascorsi in palestra con spensieratezza. Desidero che il judo rappresenti per lui uno spazio nel quale svagarsi, esprimersi liberamente e allontanarsi per qualche ora dagli impegni scolastici».
Una scuola di vita.
Il valore educativo del judo è al centro anche della riflessione di Giovanna Tortora, direttore tecnico regionale del Settore Judo campano.
«Il judo è prima di tutto una scuola di vita. Sul tatami non si impara soltanto a cadere e a rialzarsi in senso fisico, ma si allena la resilienza necessaria nella vita di tutti i giorni. Insegna il rispetto per l’avversario, per l’arbitro e per le regole, insieme all’autocontrollo e alla disciplina».
Tra gli insegnamenti più importanti vi è la consapevolezza che nessun percorso può essere affrontato completamente da soli.
«La cosa più bella che il judo può trasmettere a un giovane è l’umiltà. Si comprende che da soli non si va da nessuna parte, perché senza un compagno con il quale allenarsi non è possibile crescere».
L’avversario, quindi, non è un nemico da sconfiggere, ma una presenza indispensabile per migliorarsi. La crescita individuale nasce dal confronto e dalla collaborazione.
Questo principio riguarda anche le società e i tecnici. Per innalzare il livello del movimento regionale è necessario creare occasioni di incontro e superare l’isolamento delle singole realtà.
«Restare sempre all’interno della propria palestra può portare all’appiattimento e a una percezione non sempre realistica delle proprie capacità. Partecipare a stage e allenarsi con compagni nuovi costringe a uscire dalla propria zona di comfort. Il judo è scambio: senza confronto si rimane fermi».
Il talento campano e la cura dei fondamentali.
La Campania possiede una tradizione importante e un patrimonio umano caratterizzato da entusiasmo, energia e talento.
«La nostra regione ha un talento naturale incredibile, insieme a una grande determinazione e generosità motoria», osserva Giovanna Tortora. «Dal punto di vista tecnico vedo molto potenziale e ragazzi dotati di qualità eccellenti».
Questa ricchezza deve essere accompagnata da un percorso tecnico graduale e strutturato, senza ricercare troppo presto il risultato.
«Talvolta tendiamo a puntare prematuramente sulla forza o sul successo immediato, trascurando la corretta esecuzione dei fondamentali. Se riusciremo a indirizzare tutta questa energia verso una preparazione più solida fin dalle categorie giovanili, il movimento campano potrà raggiungere traguardi importanti».
Nei più piccoli, secondo il direttore tecnico regionale, devono essere curate la coordinazione, la mobilità e la ricchezza del bagaglio tecnico, evitando una specializzazione precoce su un’unica tecnica.
Altrettanto importante è la dimensione emotiva.
«Dobbiamo insegnare ai ragazzi a gestire l’ansia da prestazione e, soprattutto, a divertirsi. Il judo richiede fatica e sacrificio: se viene meno il piacere di stare sul tatami, aumenta il rischio che a sedici o diciassette anni i ragazzi si stanchino e abbandonino».
La difficile fase dell’adolescenza.
La discontinuità durante l’età adolescenziale rappresenta una delle difficoltà maggiormente avvertite dalle società sportive.
Il maestro Carmine Polisciano, partendo dalla propria esperienza quotidiana, sottolinea come i ragazzi manifestino innanzitutto il bisogno di stare insieme e di trovare adulti credibili ai quali fare riferimento.
«I giovani hanno bisogno di un ambiente nel quale possano esprimersi liberamente e sentirsi accolti. La difficoltà principale è la discontinuità nella pratica sportiva durante l’adolescenza».
In questa fase della vita aumentano gli impegni scolastici, cambiano gli interessi e diventa più forte l’influenza del gruppo dei coetanei. Il rischio è che lo sport venga progressivamente abbandonato proprio nel momento in cui potrebbe offrire un sostegno importante.
Per contrastare questo fenomeno non basta chiedere ai ragazzi di continuare ad allenarsi. È necessario ascoltarli, coinvolgerli e rendere la palestra un luogo nel quale possano riconoscersi.
Il judo può offrire loro regole, sicurezza e strumenti utili per affrontare i rapporti con gli adulti e con i coetanei. I risultati di questo lavoro non sempre sono immediatamente misurabili, ma spesso emergono nel tempo.
«Abbiamo avuto riscontri positivi su diversi ragazzi», racconta Polisciano. «Molti di loro hanno mostrato importanti miglioramenti dal punto di vista caratteriale e personale, raggiungendo una sicurezza e una qualità della vita che hanno consentito loro di conseguire obiettivi professionali e personali».
L’alleanza con le famiglie
La formazione di un giovane atleta richiede una collaborazione costante tra società, tecnici e genitori. È un’alleanza delicata, che deve fondarsi sulla fiducia e sul rispetto dei rispettivi ruoli.
Talvolta un atteggiamento eccessivamente protettivo, pur nascendo dalle migliori intenzioni, può limitare le esperienze formative dei figli. Una sconfitta, una difficoltà o una convocazione mancata possono trasformarsi in occasioni di crescita, se il ragazzo viene aiutato ad affrontarle senza essere sostituito dagli adulti.
«Una delle difficoltà riguarda proprio il confronto con alcuni genitori che, per eccesso di protezione, rischiano involontariamente di limitare le esperienze positive dei propri figli», evidenzia Polisciano.
A questo si aggiungono le crescenti difficoltà economiche di molte famiglie. L’adesione ai voucher sportivi e alle iniziative di sostegno può contribuire a rendere la pratica più accessibile, ma è necessario rafforzare la collaborazione tra mondo sportivo, istituzioni e amministrazioni locali.
Lo sport deve essere un’opportunità realmente aperta a tutti, indipendentemente dalle condizioni economiche di partenza.
Prima dell’atleta viene la persona
Nel judo agonistico il risultato conserva naturalmente la propria importanza. Ogni atleta si allena per migliorare e provare a vincere. Tuttavia, soprattutto nelle categorie giovanili, la medaglia non può diventare l’unico parametro con il quale valutare la qualità del percorso.
«Bisogna mettere sempre l’atleta prima della medaglia», afferma Tortora. «Il risultato agonistico deve essere la conseguenza naturale di un percorso di crescita, non un’ossessione».
Imparare a lavorare con costanza, gestire la pressione, accettare una sconfitta e rispettare il proprio cammino significa formare non soltanto un atleta preparato, ma anche una persona più consapevole.
«La medaglia si mette in bacheca e con il tempo prende polvere; i valori appresi rimangono dentro per tutta la vita».
È probabilmente questa la sfida più importante per il judo campano: continuare a produrre risultati senza perdere la propria missione educativa.
Una rete per il futuro.
La crescita del movimento regionale passa dalla capacità di fare squadra tra le società, creare allenamenti condivisi e offrire occasioni costanti di confronto, come avviene attraverso l’attività dei centri tecnici regionali e federali.
Sul piano tecnico occorrerà continuare a lavorare sulla qualità delle prese e sulle transizioni dal tachi-waza al ne-waza, sempre più determinanti nel judo moderno. Ma la vera sfida sarà innalzare il livello medio dell’intero movimento, evitando di concentrare l’attenzione soltanto su pochi talenti.
Fare rete significa condividere esperienze e competenze, sostenere le realtà che operano nei territori più complessi e riconoscere il lavoro quotidiano svolto dalle società di base.
Dietro ogni atleta che raggiunge un risultato importante esistono una palestra, un tecnico, una famiglia e un gruppo di compagni. Prima del podio ci sono gli allenamenti, le cadute, i sacrifici e la costanza. Prima della medaglia c’è un territorio che ha contribuito a costruirla.
È questa la Campania del judo che guarda al futuro: una comunità sportiva che considera il tatami non soltanto come il luogo della competizione, ma come uno spazio nel quale educare, includere e accompagnare le nuove generazioni.
Perché il successo più importante non è soltanto formare un campione, ma aiutare ogni giovane a diventare una persona capace di affrontare la vita con rispetto, sicurezza e consapevolezza.
Antonio ROMANO
Ufficio Stampa FIJLKAM Campania




