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Judo

Fabio della Moglie: il gioco è una cosa seria

Buona partecipazione oggi al corso di aggiornamento per insegnanti tecnici FVG, che ha avuto come docente Fabio della Moglie, ideatore e responsabile del progetto Educajudo, da cui ora si sta sviluppando la piattaforma Edutraining. L’aggiornamento è stato dedicato la mattina agli aspiranti allenatori e il pomeriggio ad allenatori, istruttori e maestri.

Fabio, partiamo dalle basi: come è nato il progetto Educajudo?

È nato dalla presa in carico di un bambino che presentava delle esigenze particolari. Dopo di che dalla necessità di dare una soluzione a un problema e di approfondire, di investigare, di stare con lui e con bimbi come lui e diversi da lui. nel rispetto delle  individualità di tutti.
Da lì, sulla scorta di un progetto chiamato che si è chiamato Educajudo dal 2016, ma partito molti anni prima, abbiamo iniziato un lavoro teso a massimizzare l’impegno per la fascia prescolare e i bisogni educativi speciali.

Hai delle specializzazioni in psicomotricità: quindi la passione per questi temi è nata prima ancora del progetto?

La passione nasce da prima, dall’esigenza di investigare, di essere più vicino al bambino e ai genitori. DI partire dall’esperienza e di fare un passetto in più, perché non è pensabile di rimanere solo sui libri e di non avere un’applicazione pratica, come non è pensabile il contrario. Bisogna avere entrambe le cose.

Quanto riesce a dare in più il judo rispetto ad altri sport più comuni per così dire?

Non ne farei una questione di sport comune, ma ne farei, innanzitutto, una differenza tra gli sport di contatto e non di contatto.

Quindi, per esempio, il rugby…?

Il rugby è lo sport migliore che il bambino possa praticare al di fuori del tatami, tuttavia il bambino, dai tre ai cinque anni, è assolutamente opportuno che pratichi judo. Deve essere un passaggio obbligato, come se il piccolo andasse a scuola di conoscenza e maniera, dove trova un ambiente ricco, stimolante, attraente, che puo' indurlo a esplorare il mondo attraverso una serie di giochi ben ideati e calibrati sulle sue esigenze e la sua fase evolutiva. Bisogna saper giocare...il gioco è una cosa molto seria.

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Ritieni che un insegnante di judo con una formazione di base sia in grado di ottemperare a questo ruolo? O sarebbe preferibile una formazione più specifica vista la platea di riferimento?

Ritengo, in generale, che un insegnante abbia il dovere di acquisire delle competenze specifiche per poter essere migliore nella proposta didattica, per poter essere diverso dalla concorrenza, per poter essere più visibile sul mercato, per poter essere più bravo nei confronti dei bambini. Io mi sento in dovere di approfondire quello che faccio per poter essere migliore nei confronti della platea della quale mi prendo carico e cura.

Pensi che tramite la piattaforma che hai presentato oggi, Edutraining, ci sia la possibilità concreta di approfondire certe conoscenze o è il primo passo per poi fare degli studi più specifici?

Io ritengo che sia una piattaforma che dia gli strumenti meravigliosi per poter iniziare un nuovo percorso professionale, che tuttavia non deve esaurirsi al primo approccio: l'obiettivo è quello di approfondire sempre. Non puoi pensare di fare un qualunque tipo di corso e di ritenerti arrivato/a. È uno stimolo, una scintilla che alimenta la tua curiosità per avviare un nuovo percorso professionale ed avere la possibilità di confrontarti con tanti professionisti di area sportiva, scolastica e sanitaria.
Questa è l’idea che sta alla base della piattaforma: conferire competenze di alto livello, ma che non si fermino lì, che diano nuovi stimoli per poter andare avanti.

Il progetto Edutraining che hai presentato qui oggi coinvolge molte personalità di rilievo in diversi campi: nel judo, per esempio, il dottor Stefano Bonagura, il M° Vittorio Serenelli, Marco Caudana… quanto è stato difficile assemblare un team del genere?

È stato entusiasmante e complesso. Le personalità che hai citato si affiancano ad altre personalità di livello mondiale, di ambito laboratoriale ed accademico. Abbiamo avuto l'onore di avere il contributo relazionale del dipartimento di neuroscienze del CNR di Parma, il professor Rizzolatti, poi il prof. Benso, il prof. Dal Monte, Igor Cassina, il professor Sacripanti, Gianrico Carofiglio, e tanti altri illustri professori.
Un "cast" stellare per arrivare con un linguaggio molto semplice non soltanto agli insegnanti tecnici, ma a chiunque desideri  iniziare un percorso di investigazione della didattica infantile.

Parlando della proposta didattica per bambini così piccoli spesso ci sono domande che dividono gli insegnanti tecnici, come, ad esempio, proporre le cadute o meno: qual è la tua visione in proposito?

Su questo aspetto è specificamente intervenuto il professore Sacripanti, che è stato molto chiaro: i bambini devono saper cadere, perché, attraverso la caduta si realizzano condizioni psicologiche e fisiologiche molto importanti, ma dobbiamo tener conto di alcune informazioni, per esempio sul peso del capo, sulla strutturazione ossea, sulla strutturazione della muscolatura del collo, tali per cui, se tu non sai insegnare in maniera individualizzata la caduta a un bambino di tre-cinque anni, rischi che il peso del capo crei danno.
Al contrario, il primo obiettivo per un insegnante di un bambino tra i tre e i cinque anni è la prevenzione del danno.

Quanti e quali danni può fare un insegnante non preparato adeguatamente?

Noi lavoriamo su una fascia di età in cui la plasticità cerebrale crea impronte tali per cui, se dai un’impronta positiva, quell’informazione resterà per sempre nel bambino; al contrario, se il bambino, da un punto di vista "elettrico" e neuro-cognitivo, capta un malessere dato da condizioni poco confacenti alla sua età, egli registrerà per sempre quello stato d'animo negativo e non solo abbandonerà la palestra, ma abbandonerà il judo.
Tra i 3 e i 5 anni, se sbagli la proposta didattica, non c'è una seconda gara che possa rimediare all'errore...la "frittata è fatta".
Ecco che è necessario per un insegnante sapere specificamente come poter calzare la proposta didattica su un "tessuto umano" così fragile e in divenire.

Ti chiedo una cosa personale: hai figli e, se sì, fanno judo?

Sì, ne ho due. Il piccolo fa judo, la grande che è signorina ha fatto necessariamente judo fino a una certa età, poi ha preso un’altra strada, che io ho caldeggiato quando lei ha maturato il desiderio di fare altro.

Torniamo al judo: esistono ancora tanti pregiudizi nei confronti della nostra disciplina?

Sempre meno. C’è stata una svolta nell’informazione, che tuttavia non è ancora assoluta. Ancora, parte delle famiglie ritengono che noi judoka facciamo parte di un un grande calderone e questo crea un disturbo comunicativo che noi tutti i giorni dobbiamo sanare.
Sta a noi fare chiarezza ed esser bravi a comunicare con i genitori in maniera semplice.
Noi siamo diversi da altre attività di combattimento che si trovano sul mercato: da noi i bambini vengono a fare educazione alla vita, non a prepararsi militarmente a schierarsi in prima linea.

Pensi ci siano ancora tanti passi da fare per il judo educazione?

Penso ci sia un passaggio enorme da fare ed è il passaggio ministeriale. Il judo non deve chiedere il permesso per entrare nelle scuole o a supporto dei centri di riabilitazione. Il judo è uno strumento di potenziamento della gestione della classe. Il judo deve arrivare dall’alto, con il consenso del ministero dell'istruzione, università e ricerca e del ministero della sanità.

Il vostro è un grosso progetto, ma c’è un altro sogno nel cassetto?

Il sogno nel cassetto è la diffusione del progetto a livello mondiale, un passetto alla volta.