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Judo

Report-intervista di Judo Nomad a Tamai

20260303 JBrulard Tamai 2Ieri sera, con la tappa a Tamai, si è concluso il nomadismo di Julien Brulard in Friuli Venezia Giulia e si riporta, puntuale, un report-intervista dell'appuntamento in provincia di Pordenone.

"Both a blessing and a curse", sia una benedizione che una maledizione: è così che Julien Brulard - in arte Judo Nomad - descrive la vita che ha deciso di intraprendere dal 2021. Potrebbe sembrare un ossimoro, ma vi assicuro che non poteva trovare stratagemma retorico migliore per sintetizzare tutto quello che ha raccontato durante l'intervista per judotamai.it e fijlkamfvg.it. Dai primi passi sul tatami a 4 anni - iniziando perché il judo era lo sport praticato dal vicino di casa - alle Olimpiadi, con in mezzo diversi successi agonistici e accademici, ma anche dubbi, infortuni e un - fortunatamente breve - soggiorno in una galera kirghisa. Ma andiamo con ordine.

Dopo un inizio già promettente in un piccolo club nel nord della Francia, Julien racconta di essersi spostato da cadetto nel team regionale (Pole Espoir Amiens) per il salto di qualità e infine a Parigi per l'Università ma continuando con il judo ad alti livelli. Una laurea triennale in Scienze Motorie e il diploma di allenatore di judo rilasciato dalla Federazione francese non gli bastano, così si diploma dottore magistrale in Scienze dello sport facendo avanti e indietro dal Giappone sotto la guida del M° Tsukino Takashi. Lavorando all'INSEP, il Centro Olimpico francese, con alcuni dei judoka olimpionici di Rio 2016, si rende conto di preferire allenare piuttosto che gareggiare ma tutto il tempo passato lontano dalla Francia gli ha fatto perdere i contatti giusti per farlo: è qui che inizia a nascere l'idea del "judoka nomade". All'inizio l'obbiettivo era "semplicemente" arrivare in Giappone per le olimpiadi di Tokyo senza prendere voli e documentando il viaggio con il judogi in spalla; purtroppo il Covid si mette di mezzo ma dà a Julian l'occasione di riprogrammare il percorso e, nell'agosto 2021, parte ufficialmente con il progetto. Obbiettivo? 10 anni di tempo per insegnare judo in ogni paese del mondo, gratuitamente, condividere la pratica e diffondere i valori di questo sport ovunque.

La partenza è in salita tra incertezze e ostacoli: "Finché non sono partito avevo un po' di sindrome dell'impostore, come se ancora prima di cominciare mi dicessi «ma chi sono io per insegnare il judo girando il mondo?». Questa sensazione probabilmente è dovuta anche al sistema judoistico in Francia, in cui il livello è talmente alto che, anche se hai un potenziale, magari trovi poco spazio per esprimerlo. In più in molti mi dicevano di essere fuori di testa e il nome del progetto arriva anche da qui: No-mad, nel senso che sono nomade ma non sono pazzo".

A 6 mesi dalla partenza, Julien ha subìto già diversi infortuni. In particolare mi parla di quello successo in Lituania: "La caviglia era gonfissima, praticamente da operare. Stavo pensando di tornare a casa per guarire e invece il Presidente della Federazione di judo lituana mi ha invitato a casa sua ospitandomi per diversi giorni. Quasi due settimane in cui ero a letto a casa sua e mi portava da mangiare: lì ho aperto gli occhi sullo spirito di accoglienza nel mondo del judo". Ed è proprio su questo fattore che fa affidamento, perché Judo Nomad si basa esclusivamente su donazioni e sull'ospitalità di chi, nel proprio piccolo, ci tiene a contribuire al progetto.

L'appoggio dell'IJF è fondamentale economicamente ma anche come vetrina: da 37 mesi, sul sito ufficiale viene pubblicato un articolo al mese con gli aggiornamenti sul viaggio di Julian che ormai è diventato una missione judoistica vera e propria.

Gli chiedo quale sia stato il momento migliore del viaggio e, c'era da aspettarselo, risponde: "Le olimpiadi! Sono state due settimane fantastiche, ero in Francia ma è stato talmente emozionante che ho vissuto l'esperienza come se stessi visitando un altro Paese. Sono riuscito a godermele a pieno perché essendo lì come wildcard ero tenuto a rimanere nel villaggio dalla cerimonia di apertura alla chiusura dei Giochi". Sì, perché anche quella delle Olimpiadi è una storia che fa vita a sé. Nel febbraio 2024 Judo Nomad si trova a Vanuatu, una ex colonia francese nell'Oceano Pacifico. La Federazione di judo del Paese ha un atleta qualificato per le olimpiadi con la wildcard, Hugo Cumbo, ma nessuno che possa fargli da coach, perciò il presidente propone il ruolo a Julien che accetta. Sembrava scorrere tutto liscio, se non fosse che nel maggio 2024 scoppia una rivolta nella vicina Nuova Caledonia - anch'essa ex colonia francese - contro il governo di Macron che indìce un coprifuoco bloccando tutti i trasporti, compresi quelli aerei: Hugo Cumbo rimane bloccato sull'isola. I due non si vedono per mesi, salta il training camp che Julien aveva in programma per il suo atleta e riescono a incontrarsi all'ultimo minuto, solo una settimana prima della gara: "Hugo aveva 6-7 chili da calare per rientrare in peso e ci siamo realmente conosciuti in pochi giorni, però sono molto orgoglioso di lui e di quello che siamo riusciti a fare. Sapevamo che avremmo incontrato sicuramente un avversario più forte di noi ed è stato il caso di Frank De Wit, ma ce la siamo giocata!"

Il coach non è stato l'unico ruolo di Julien a Parigi. Vista la cooperazione tra le isole del Pacifico, si è ritrovato a sbrigare questioni amministrative per la nazionale indonesiana e fare da sparring partner per un atleta delle Fiji: insomma, un bell'aggiornamento del curriculum. Poi confessa: "Avrò dormito una media di 4 ore a notte ma era un'emozione indescrivibile essere lì, circondato dai migliori atleti del mondo: sono diventato Olimpiade-dipendente e credo che l'esperienza di Parigi non mi basti..."

Invece, alla domanda su quale sia stato il momento peggiore, risponde senza esitazioni: "In prigione!". Per farla breve, nell'autunno del 2022 si trovava in Kirghizistan, dove è stato incastrato e truffato dalla mafia kirghisa. L'episodio non gli ha solo fatto perdere dei soldi utili per il progetto ma anche uno sponsor che lo sosteneva al tempo. Spiega bene la vicenda lo stesso Julien con un video sul suo canale YouTube. Il momento è stato talmente tragico che Judo Nomad ha dovuto fermarsi per la prima volta dopo un anno e mezzo in viaggio.

Sui progetti futuri Julien ha già le idee chiare: "Attualmente sono a quota 57 Paesi su 197, qui in Friuli sono passato prima al Ken Otani Trieste, poi Yama Arashi Udine e ora sono qui al Judo Tamai. Mi fermerò ancora qualche giorno in Italia per poi andare in Montenegro via nave dalla Puglia. Una volta completato Judo Nomad il mio obbiettivo è quello di creare una Nomad Academy, magari partendo da un piccolo dojo nel sud-est asiatico - Tailandia, Indonesia - dove il judo non è ancora molto diffuso. La pratica del judo sarebbe gratuita per i bambini e principianti e vorrei sostenerla con dei Camp a pagamento che siano delle specie di vacanze judoistiche, aperte a tutti i judoka del mondo". Un business plan degno dei migliori manager.

Anche se ad ascoltare una storia del genere viene spontaneo fare il paragone con la propria, in fondo, il messaggio che Julian trasmette quando la racconta non serve tanto a farci pensare quanto poco abbiamo fatto in confronto a lui, ma piuttosto, ci insegna quanto il judo sia un linguaggio universale in grado di superare qualsiasi barriera linguistica: un passe-partout per il mondo.