Tecnico di judo del Kodokan Chieti, Alessandro Losito, allievo di Silvio Tavoletta, è un coach umile, ma determinato, con una grande passione per l’insegnamento e un’attenzione speciale ai giovanissimi, per i quali confeziona allenamenti ragionati e su misura. L’occasione di due chiacchiere si trova tra una lezione e l’altra allo Skorpion Stage.
Seconda volta chiamato a fare il coach allo Skorpion Stage: sei piaciuto la prima volta!
Sì! Quando mi è arrivata la chiamata pensavo fosse uno scherzo! [ride] Poi invece mi hanno confermato per la seconda volta, per cui sono contento, è motivo di grande orgoglio!
Ti senti un po’ a casa ormai?
Ormai sì. Diciamo che lo Skorpion è fatto di amici, già frequentavo questo camp prima, ora ci sono un po’ più affezionato.
Come ti sei preparato per l’edizione di quest’anno? È stato diverso dalla prima volta?
Sicuramente sì, nel senso che l’anno scorso sono arrivato in corso d’opera, per una serie di fattori, mentre quest’anno sono stato scelto da subito tra i coach del camp e ho cercato di provare in palestra alcune lezioni per poi portarle qui e per essere sicuro che i ragazzi rispondessero in maniera proficua a quanto proponevo.
Hai allenato sia i bambini più piccoli che quelli un po’ più grandi: quanto è dura interagire con i giovanissimi e proporre loro un allenamento calzato sulle loro esigenze specifiche?
Questo è forse l’aspetto più importante, lasciare qualcosa ai tecnici che possano poi riproporre nelle palestre. Al camp abbiamo lavorato con quattro diverse fasce d’età; io personalmente ho cercato di dare una proposta diversa su ogni fascia d’età, cercando di rispondere meglio alle esigenze di ogni singolo gruppo.
A quale fascia ti è piaciuto di più insegnare?
Probabilmente la mia ultima lezione, col gruppo 2016. Nonostante fosse stato il loro ultimo allenamento al camp e fossero quindi comprensibilmente stanchi, li ho trovati assolutamente attivi, rispondevano subito agli stimoli ed è stata una lezione interattiva e divertente. Per cui direi che la lezione con loro sia stata quella meglio riuscita. Comunque mi sono trovato bene con tutti i gruppi, anche perché c’erano i tecnici delle diverse società che davano una mano alla buona riuscita degli allenamenti.
C’è un tecnico a cui ti ispiravi quando hai iniziato a insegnare e uno che adesso ti regala nuovi stimoli?
Sicuramente nel mio passaggio da atleta agonista a insegnante ho seguito, con altri atleti e insegnanti del mio club, il maestro Hiroshi Katanishi: da lui abbiamo appreso tanto, ovviamente modificando e adattando un po’ quello che abbiamo visto nei suoi camp abbiamo cercato di dare un taglio che potesse andar bene un po’ per le varie fasce d’età. E poi il mio maestro, Silvio Tavoletta, che è stato insegnante in questo stesso camp in passato: da lui ho appreso tanto, sia per la didattica che per l’approccio in varie fasce d’età.
Qui Allo Skorpion Stage hai avuto modo di dare un occhio ai tuoi colleghi insegnanti e chi ti ha colpito di più?
Sicuramente i giapponesi sono sempre accattivanti perché portano qualcosa della loro tradizione che rende bello guardarli. Tutti, naturalmente, sono tecnici di assoluto livello. Il maestro Caudana è probabilmente quello da cui ho cercato di vedere di più. Sia perché in questo stage è di casa, ha fatto tantissime edizioni, sia perché credo che sia un coach di assoluto valore.
Hai tenuto una lezione insieme a Lucia Morico: come ti sei trovato?
Lucia la conosco da anni e un minimo di intesa già c’era, non perché avessimo già lavorato insieme, ma perché conoscersi un po’ aiuta. La lezione è andata bene, è stata la prima del camp per noi, per cui è stata quella in cui ci siamo un po’ passati la palla, alternandoci nelle varie fasi della lezione. I bambini hanno risposto bene e si sono divertiti e per me è stata la prima volta in cui tenevo una lezione a un camp con una collega, per cui è stato molto stimolante!
C’è un maestro di judo, anche del passato, con cui idealmente ti piacerebbe tenere una lezione?
Osiamo: ti rispondo il maestro Katanishi. Starei con lui per apprendere ancora meglio la sua didattica e il suo modo di lavorare.
Hai un sogno come coach per il futuro?
Io mi vedo a insegnare judo anche in un futuro. L’obiettivo cui aspiro è di vedere dei ragazzi felici, al di là dei risultati sportivi, poi se quelli vengono, meglio. Quello che cerco è di avere una squadra, un gruppo unito, coeso, che abbia dei valori, come mi ha insegnato il mio maestro. A questo modo, anche se un giorno dovessero lasciare il judo, saranno delle persone che avranno un posto nella società in cui viviamo e questa è la cosa più importante.
Facciamo un salto nel futuro (auspicabilmente molto lontano): come vorresti essere ricordato da tuoi allievi un giorno, quando non potrai più salire sul tatami?
Mi tengo in linea con la risposta di prima. Mi piacerebbe essere ricordato come qualcuno che li abbia potuti aiutare in un momento di difficoltà, gli abbia fornito degli strumenti per diventare uomini e donne migliori. E perché no, avergli lasciato l’amore per il judo.
Ti guardi mai intorno nel club pensando a chi un giorno potrebbe portarlo avanti con gli stessi valori che il maestro Tavoletta e voi tecnici del Kodokan Chieti portate avanti ora?
Sì e infatti questa è una cosa fondamentale perché altrimenti, alla lunga, il club si spegne. Già adesso con alcuni ragazzi stiamo portando avanti un percorso di avvicinamento all’insegnamento perché riteniamo che tutti insieme si può dare qualcosa in più.

Secondo te è giusto cercare qualcuno con caratteristiche specifiche che si avvicinino alle vostre o anche una persona che ora non sembra portata, potrebbe diventare un giorno un ottimo insegnante?
Io ritengo che nel momento in cui una persona è nata e cresciuta nel club, con gli stessi valori e lo stesso modo di affrontare le cose, possa sembrare ora inadeguata, ma un giorno essere un valido elemento e una scoperta, a patto che ci sia la volontà di impegnarsi nell’insegnamento.
Finora hai qualche rimpianto, come ex atleta o come tecnico?
Da atleta non ho mai fatto l’alto livello, ho fatto le gare, un campionato italiano… non grandi cose. Il rimpianto forse è proprio di aver lasciato un periodo, quand’ero junior, per via della scuola, un po’ perché in adolescenza si commettono degli errori. Come tecnico per ora non ne ho, cerco sempre di migliorarmi, sto ancora imparando.
Che consigli avrebbe dato il te coach di ora al te atleta di anni fa?
Di non mollare, di non avere momenti di tentennamento e di chiedere aiuto alle persone cui si vuol bene , perché a volte per pigrizia e per una serie di dinamiche si lasciano dei percorsi e poi uno se ne pente ed è troppo tardi. È anche questo che faccio con i miei ragazzi: cerco di farli ragionare nei momenti di sconforto e difficoltà per far capire che, nel judo come nella vita quando si intraprende un percorso, bisogna portarlo a termine.





