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Judo

Tra ricerca scientifica e tradizione: la via del judo secondo Takafumi Kitahara

Nato nel 1992 tra i profumi della costa di Nagasaki, Takafumi Kitahara incarna l'equilibrio tra determinazione e altruismo, dentro e fuori dal tatami. Oggi, al fianco di Alberto Borin, guida la nazionale scozzese, portando la sua esperienza anche sul web con il progetto "Technical Tuesday" su JudoScotland TV. Kitahara si distingue per un approccio centrato e una costante disponibilità verso gli atleti. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare chi è l’uomo dietro il coach, tra radici giapponesi e futuro internazionale.

Perché hai iniziato il judo?

Quando avevo 5 anni mia madre mi portò a un dojo a pochi minuti da casa mia. Non me ne ricordo, ma mia mamma dice che mi chiese semplicemente, dopo avermi fatto dare un’occhiata: “vuoi fare judo?” e io ho detto sì.

Qual è il tuo ricordo riguardo il tuo primo maestro?

Avrà avuto circa 90 anni e ricordo che quando ho cominciato il corso, mi ha parlato della filosofia del judo e il modo in cui faceva lezione mi ha davvero guidato e ispirato. Jita Kyoei con lui non era soltanto uno slogan, mi ha insegnato come si può usare il proprio potere nel judo per contribuire alla Società. È anche per questo che sono uscito dal Giappone e sono andato a insegnare in Scozia.

Quanti anni avevi quando te ne sei andato dal Giappone?

Avevo finito la laurea triennale e quella magistrale in Educazione Fisica presso l’Università di Tsukuba e mi sono proposto per il lavoro in Scozia: era il 2017 quando sono arrivato lì, quindi avevo 25 anni. A dire la verità, quando mi sono laureato, ho avuto l’occasione di fare un’esperienza di due settimane in Italia a uno stage come coach ospite.

Hai un legame speciale con l’Italia?

Sì, ho molti amici italiani e mi piace la vostra cultura, la mentalità judoistica, rispetto molto il modo in cui vivete il judo e la vita.

Trovi molte differenze con la cultura giapponese?

A volte la cultura giapponese è troppo improntata sul concetto di orgoglio personale e porta quindi a essere più rigidi. Qui la gente è più calorosa e amichevole.

Qual è il tuo ricordo più piacevole di quand’eri un atleta?

Non sono riuscito ad andare alle Olimpiadi, ma sono entrato tra i top 5 dei 60 kg in Giappone nel All Japan Championships. Ho combattuto al secondo incontro col campione del mondo e l’ho battuto ed è stato quello il momento in cui ho pensato “ci siamo, finalmente sono a quel livello!” e questo mi ha reso più sicuro di me. Naturalmente ho perso la medaglia di bronzo, ma quell’esperienza mi ha davvero dato una spinta a migliorarmi, per cui è il mio ricordo più bello da atleta.

È stata dura rinunciare al sogno olimpico?

Sì, in Giappone devi avere dei risultati internazionali di rilievo per continuare la tua carriera a un alto livello. Ho provato a continuare la mia carriera agonistica, ma non riuscivo a tenere il passo e ho iniziato a insegnare. Non me ne pento, ho vissuto esperienze straordinarie da coach e sto girando il mondo: sono già stato in Italia, Arabia Saudita, Russia, Indonesia, Polonia, Ungheria… sono esperienze indimenticabili.

Come sei stato scelto per insegnare in Scozia?

In modo per così dire banale: ho fatto domanda, c’erano naturalmente altri candidati a sostenere il colloquio. Ho dovuto fare una sorta di esame per mostrare come insegnavo e ora sono quasi 9 anni che insegno!

In cosa sei laureato esattamente?

In educazione fisica, ma ho un dottorato di ricerca sullo stress subito dal corpo negli sport di calo peso.

Continui a fare ricerca in questo campo?

Sì, ritengo che sia una grande parte di ciò che è il judo, bisogna essere dei professionisti per occuparsene. Anche se nei miei studi non ho ancora ottenuto dei risultati particolarmente chiari, non intendo accantonare questa materia.

Qual era il tuo sogno quand’eri un bambino e qual è il tuo sogno ora da adulto?

Non saprei… forse il mio sogno è che vorrei usare esperienze come questa dello stage per contribuire alla società, non solamente da un punto sportivo, ma anche sociale. Ora ho fatto esperienza anche come coach per i cadetti e mi piacerebbe espandere le mie competenze lavorative e usare le mie competenze e i feedback che ricevo per migliorare sia come judoka che come coach.

Che tipo di coach sei?

Non sono uno che tiene le distanze: voglio sentirmi vicino agli atleti, creare con loro una relazione autentica, ma non sono oppressivo: ci sono, ma voglio anche che siano in grado, soprattutto se giovani, di sviluppare una loro indipendenza, cercare le loro soluzioni ai problemi, lavorare su loro stessi, che credo sia una caratteristica molto importante per un atleta e per una persona, in genere, che deve crescere.

Piancavallo (PN) - 03/04/2026 - SKORPION STAGE 2026 - Foto Elia Falaschi © 2026 - https://www.eliafalaschi.it - https://www.skorpionpn.com

Qual è la tua relazione con Jigoro Kano?

Sento una connessione profonda con lui, perché quand’ero un ragazzino ero molto magro, così come lo era lui, ma anche nell’aspetto di voler portare il judo fuori dal Giappone, lui è entrato a far parte del CIO, ha visitato moltissimi posti come sto facendo io, insegnando judo e diffondendolo… quel tipo di mentalità mi ha ispirato e vorrei riuscire ad ispirare altri coach giapponesi a fare altrettanto. Ora ce ne sono diversi che escono dal Giappone con questo intento e credo sia molto importante. Abbiamo una comunità di coach giapponesi e ci teniamo in contatto tra di noi, scambiandoci informazioni e dandoci consigli, abbiamo più o meno tutti la stessa età.

Come funziona? È il Kodokan a dare il permesso di insegnare fuori dal Giappone?

In realtà ci sono diversi modi di farlo. Io per esempio, quand’ero uno studente universitario, ho avuto modo di conoscere molti studenti che venivano in Giappone e ho mantenuto i contatti, e ho semplicemente colto un’occasione chiedendo un colloquio. Qualcuno viene scelto dal Kodokan.

Come vorresti essere ricordato dai tuoi allievi in futuro?

Forse vorrei che, al di là delle tecniche che insegno e di come le insegno, vorrei ricordassero i valori che insegno loro e la mia personalità, il rapporto che abbiamo creato.

Se potessi scegliere con chi andare a cena, un judoka del passato o del presente, chi sarebbe?

Forse proprio Jigoro Kano: sono molto interessato a lui, gli chiederei perché ha inventato il judo, voglio dire, certo, la filosofia, l’educazione morale, eccetera, ma vorrei capire nel profondo che cosa gli passasse per la testa! E poi gli chiederei che cosa pensa del judo di oggi, se è soddisfatto e felice del fatto che, come lui sognava, il judo si è diffuso in tutto il Mondo e ci sono tanti praticanti!

E che cosa pensi tu del judo ai giorni nostri?

Credo che il judo si sia diffuso moltissimo e ogni Nazione lo abbia fatto in qualche modo proprio, alzandone molto il livello e arricchendolo.

C’è un judoka, maschio o femmina, che ammiri particolarmente?

Mi piace Smetov, perché fa la mia categoria e amo il suo stile esplosivo, veloce e, per quanto lo conosco, ha un carattere molto divertente!

Hai mai avuto occasione di confrontarti con lui sul tatami?

No, purtroppo. L’ho incontrato a uno stage in Italia una volta, dove lui era presente come insegnante e ho potuto ammirarne il judo, ma non fare judo con lui.

E quand’eri bambino chi era il tuo idolo?

Non saprei… forse Nomura, il 3 volte campione olimpico nei 60 kg, quand’ero bambino lo seguivo sempre con ammirazione e mi è stato di ispirazione… ma anche Ryoko Tani, è una femmina, ma il suo judo è altrettanto esplosivo e notevole!

Hai tempo di seguire altri sport?

Non ne seguo molti, ma mi piace piuttosto mettermi in gioco di persona, come ad esempio con il basket, dove però non sono molto bravo perché sono troppo basso! [ride!]

Hai altri hobby?

Mi piace cucinare, per me è quasi come meditare. A volte cucino giapponese, a volte specialità da altri paesi, come i tacos!

Qual è il tuo cibo preferito al mondo?

È una domanda difficile, forse il preferito sono i noodle, ma anche il ramen.

Veniamo allo Skorpion Stage: per te è la prima volta, qual è la tua impressione?

Funziona in maniera splendida: i tatami sono divisi per orari e fasce d’età, ma anche per categorie. Anche negli stessi gruppi, di cadetti o juniores, si riesce a dividere il lavoro in maniera proficua per tutti, perché tutti sono molto concentrati nel trarre il meglio dal camp, l’atteggiamento è molto buono. Solitamente agli stage vedo sessioni da un centinaio di persone, qui oggi siamo in duecento, di certo difficilmente si vedono 700 persone che partecipano a uno stage!

Avete stage di questo genere in Giappone?

Abbiamo per i ragazzini quelle che vengono chiamate “clinic”: una volta l’anno atleti olimpici o comunque di alto profilo fanno allenamento con i ragazzi. Partecipano forse un centinaio di persone al massimo. Sono gratuite, in Giappone è difficile che si paghi per questo genere di iniziative ed è uno dei motivi per cui me ne sono andato, perché è difficile essere un coach a pagamento e farlo di mestiere. È spesso indispensabile avere un altro lavoro per vivere e poi insegnare da volontari, cosa che a volte va bene, altre meno. Credo che gli atleti di alto livello, una volta terminata la loro carriera agonistica, sono costretti a lasciare il judo perché non hanno tempo di praticarlo come prima. In Europa, quando interrompi la carriera, è più semplice continuare come judo coach: come in tutte le cose ci sono aspetti positivi e altri negativi.