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Judo

Campionati Italiani Assoluti: ieri e oggi in un confronto a più voci

Campionati italiani assoluti 2019: la ventenne Nicolle D’Isanto sale sul gradino più alto del podio nella categoria 63 kg femminili. È figlia d’arte, la napoletana Nicolle: il padre, Bruno D’Isanto, è presidente del settore judo del Comitato Regionale Campania, la madre, Giovanna Tortora, è stata atleta della nazionale italiana a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Nella categoria di Giovanna, i 48 kg, combattevano anche due judoka della nostra Regione, ora entrambe tecnici FVG: Giorgina Zanette e Tiziana Zuppi. Tre donne tra loro caratterialmente diverse, eppure legate dalla stessa passione per il judo.

Giovanna Tortora, quattro medaglie di bronzo ai Campionati Europei (1990 Francoforte, 1991 Praga, 1992 Parigi e 1996 The Hague), ancora bronzo ai Campionati Europei a Squadre nel 1990 a Dubrovnik, medaglia d’oro ai World University Championships di Tbilisi nel 1988, olimpionica a Barcellona del 1992 e Atlanta 1996, quattro volte campionessa italiana assoluta (senza contare i due bronzi, sempre ai campionati italiani assoluti); oggi, mamma orgogliosa di Nicolle D’Isanto, neocampionessa italiana assoluta nella categoria 63 kg.

Giovanna, che cosa è cambiato rispetto ai tempi in cui gareggiavi, in termini di allenamento e tempi dedicati allo sport?

L’evoluzione è inevitabile quando c’è crescita culturale. L’interfacciarsi negli anni con altri paesi europei e continentali e il mettersi a confronto con culture e metodi diversi, ha reso possibile tale sviluppo. La giovanissima età di questi atleti, che emerge per l’appunto dall’evento più prestigioso in campo nazionale, i Campionati Assoluti d’Italia, è la prova vivente di tale crescita. Ai miei tempi, per quanto riguarda i termini di metodologie di allenamento e tempi dedicati allo sport, posso dire che erano più o meno gli stessi, ma non potrei dire se quella parte di diversità fosse da meno rispetto ad oggi, perché il medagliere storico femminile parla da solo. Sicuramente oggi, rispetto ai miei tempi, siamo molto più competitivi a livello internazionale nelle classi cadetti e juniores, i quali non mancano ad ogni appuntamento di onorare l’Italia nel mondo e di regalarci grande spettacolo ed emozioni.

Hai dei rimpianti o dei rimorsi legati alla tua carriera judoistica?

Assolutamente no. Avevo 16 anni quando ho calpestato per la prima volta un telone enorme, sotto al quale c0erano materassine in paglia di riso e mi fu detto con garbo dal mio maestro: “si chiama tatami”.
Quel giorno nacque in me una passione e dal giorno seguente fu una corsa contro il tempo per raggiungere tappe e vette, perché il mio nemico era l’età che avanzava. Quindici anni di attività agonistica spesi per conquistare tutoli italiani e campionati assoluti, medaglie in campo europeo e mondiale e per incorniciare il tutto, con le due partecipazioni ai Giochi di Barcellona ’92 e Atlanta ’96. Credo ci sia poco da rimpiangere, se non quella medaglia che non è riuscita ad arrivare, quella Olimpica. Mi ritengo tutto sommato soddisfatta per quel che sono riuscita a raccogliere.

A Nicolle chiedo: la scelta di fare judo è stata in qualche modo una scelta naturale e scontata o è stata guidata e cercata da voi genitori?

La scelta di praticare questa bellissima disciplina è stata del tutto personale. Sin da piccola i genitori mi hanno concesso la massima libertà, con un unico obbiettivo, quello di essere felice. Dopo aver praticato diversi sport, tra cui ginnastica artistica, danza e nuoto, il judo è stata la mia scelta di vita!

Che cosa si prova ad essere "figlia d'arte" e che peso ha avuto nelle scelte sportive che hai fatto?

 Essere figlia d’arte ha i suoi pro e i suoi contro. Da bambina sentivo il peso delle medaglie di mia madre, sentendomi in dovere di dimostrare di essere all’altezza. Crescendo ho capito che avere dei genitori che capiscono le sofferenze e i sacrifici che stai affrontando e che ti appoggiano nelle scelte di vita che stai facendo, ti dà una forza in più per andare avanti. Ho superato molti momenti di sconforto grazie alla mia famiglia e di questo gliene sarò sempre grata. Posso dire con certezza che sono fiera d’essere “figlia d’arte”!

Giorgina Zanette, anche lei atleta della Nazionale italiana, sei titoli assoluti conquistati nel corso della carriera, di cui ben cinque consecutivi nella categoria 48 kg a partire dal 1996 fino al 2000; oro, in fine di carriera, ai Mondiali Master in Canada nel 2005.  Carattere schivo, ma sorriso dolce e disponibile come sempre.

Giorgina, tu e Giovanna vi affrontavate in una categoria agguerrita. Quali erano le avversarie più temibili, tra quelle che ricordi?

“Me le ricordo un po’ tutte (ride): erano davvero in tante ad essere molto preparate tecnicamente e agguerrite. Dovendo proprio fare dei nomi, i primi che mi vengono in mente, oltre ovviamente a Giovanna e, agli inizi, Tiziana, sono Cinzia Amici, Cristina Cirillo e Francesca Congia. Non che con le altre ci fosse molto da scherzare” ci tiene a ribadire.

Quale ricordo ti viene in mente per primo pensando a Giovanna?

“Ci sono tanti ricordi… lei è stata una grande del judo! Ciò che ricordo soprattutto sono i momenti comuni di condivisione… sul tatami eravamo agguerrite, mentre fuori abbiamo condiviso tanto… ad esempio, con Gio e altre compagne di nazionale avevamo l’abitudine di condividere il caffè con cremina e tante risate!”

Hai seguito gli Assoluti in streaming. Rivedi in Nicolle le stesse caratteristiche di Giovanna?

“Sì, certo, ho seguito lo streaming. Secondo me Nicolle ha tante caratteristiche della sua mamma, è combattiva, determinata, tecnicamente preparata: buon sangue non mente!”

Anche tu hai una figlia judoka, Sara: quali aspettative hai per lei a livello judoistico?
Mah, sai, Sara è giovane, è un’esordiente, per ora vorrei che si divertisse e che le piacesse quello che fa. Se dovesse scegliere di continuare, spero possa avere delle soddisfazioni sportive, ma soprattutto le auguro di vivere dei bei momenti, così come è capitato a me.

Chiedo a Sara: che cosa si prova ad avere una mamma con un passato judoistico importante?
Per me è un grande orgoglio, sono molto orgogliosa di tutti i suoi risultati, spero di diventare come lei!


Tiziana Zuppi, due ori ai Campionati Italiani a squadre (a Catania nel 1977 e a Genova nel 1981), un argento nel Campionato Italiano a squadre (Milano 1981), un bronzo nel Campionato Italiano Speranze; un oro e un argento nelle interfasi dei Campionati Italiani individuali (a Catania e a Bari, entrambi nel 1977); svariati ori in Trofei Internazionali di prestigio, come il Nagaoka, che, nei ricordi di chi partecipava, era una gara veramente di altissimo livello.
L’abbandono, per fortuna provvisorio, ancora giovanissima al Mondo delle gare e al judo, per dedicarsi agli studi che l’hanno poi portata a diventare un avvocato dalla brillante carriera. E poi, il sospirato ritorno ad una passione mai sopita, che l’ha spinta a rimettersi in gioco come insegnante tecnico, con entusiasmo ed umiltà.

Tiziana, tu, Giorgina e Giovanna vi affrontavate in una categoria agguerrita, nella quale però loro sono arrivate quando tu avevi quasi concluso la tua carriera agonistica. Quali erano le avversarie più temibili?
Devo anzitutto premettere che, a differenza di Giorgina e Giovanna, io pur avendo combattuto in modo competitivo per qualche anno, ho abbandonato prestissimo il Judo, non avevo nemmeno 18 anni quando ho “appeso il judogi al chiodo” (nel 1982) quindi la mia visione delle avversarie è necessariamente più ridotta.

Ricordo comunque Franca Savoldi di Cinisello Balsamo e Paola Napolitano avversarie preparatissime ed agguerrite, oltre a Maria Cristina Cirillo di Asti con la quale ho combattuto più volte, con alterni risultati, ma – ripeto – io ho abbandonato prestissimo il tatami quindi non posso parlare delle bravissime judoka che hanno sbaragliato nella categoria con brillanti risultati negli anni successivi.

Qual è il primo ricordo che colleghi a Giovanna e Giorgina?
Mentre non riesco ad “acchiappare” un ricordo diretto con Giovanna, tra i tanti ricordi di Giorgina (ora preziosa amica) non posso dimenticare quando durante un nostro incontro lei, più giovane di me, voleva sistemarsi la cintura e, ingenuamente e senza attendere il segnale da parte dell’arbitro, si è  slacciata la cintura e questa ingenuità (data soltanto dalla giovane età) le è costata una sanzione fatale. Ovviamente non le è più capitato.

Hai visto gareggiare la figlia di Giovanna, Nicolle D’Isanto: ritrovi in lei le stesse caratteristiche della madre?
Posso dire che Nicolle è una Judoka molto preparata, grintosa, capace e tecnicamente mi piace tantissimo: direi mamma e figlia leonesse! Sono assolutamente certa che Nicolle avrà grandi risultati e soddisfazioni.

Nella tua percezione, quanto è cambiato il modo di approcciarsi agli allenamenti e alle gare rispetto ai tempi in cui gareggiavate voi?
Pur ribadendo il mio precoce abbandono del Judo agonistico, la cosa che noto di più è che ai nostri tempi, pur essendoci molte meno gare, alle competizioni c’eravamo sempre tutte, non si scampava alle solite avversarie, sempre presenti. Oggi ci sono senza dubbio tantissime gare in più, quindi gli atleti sono certamente molto più impegnati, ma nelle European Cup si disperdono tra le varie sedi di gara quindi, a mio parere, possono fare anche scelte ”strategiche” per scegliere le competizioni più idonee a procurarsi punti nella ranking; mi spiace anche notare che, a differenza del passato, anche i Campionati Italiani vengano spesso disertati da alcuni atleti.

Per quanto riguarda le modalità di allenamento non basterebbe un trattato per parlare dell’evoluzione degli allenamenti stessi, in modo particolare per quanto riguarda la preparazione atletica; inoltre l’opportunità di partecipare agli Stage, oggi numerosissimi rispetto al passato, consente, a mio parere di avere una preparazione molto più tecnica e completa.

Chiudo questa intervista a più voci con un pensiero di Giovanna Tortora, dal quale è poi scaturita l’idea di un approfondimento attraverso i ricordi di chi c’era e ancora gravita attorno al mondo del judo. Le diversità di queste donne, caratterialmente ed agonisticamente, si sono azzerate quando ho chiesto loro di rispondere alle mie domande e tutte si sono messe a disposizione, con generosità di tempi e gentilezza e disponibilità dei modi.

“Tecnici, atleti e società, di fronte a una competizione, a prescindere dal suo livello, sono spesso portati a guardare al risultato come l’unica cosa che meriti di essere ammirata e commentata.

Oggi, dopo circa 23 anni, sento il dovere morale di guardare “anche” qualcos’altro, che merita di essere commentato, perché fa parte della vita quotidiana di tutti questi atleti.
Le medaglie al collo di questi ragazzi, che tra sabato e domenica scorsa, alternandosi, ci hanno regalato un emozionante spettacolo, non ci parlano solo dei loro successo personale conquistato, ma ci raccontano storie di vita di ognuno di loro.
Ci raccontano da quanto tempo fossero in cammino per giungere ai piedi di un podio e salire questi ultimi gradini. Il grande successo finale è solo la somma di tanti altri successi già compiuti, i quali non sono solo quelli fatti di grandi fatiche spese in palestra, ma sono fatti anche di quelli che non si vedono, perché avvengono lontano dal tappeto e dalla palestra.
Questi successi iniziano quando un giovane atleta sceglie di intraprendere la strada del professionismo sportivo e sa che dovrà essere disposto a rinunciare alla vita di una/o normale ragazza/o della sua età.
Queste scelte iniziano dalle piccole cosa, a cominciare dalle sveglie del mattino alle 5, quando d’inverno fuori è ancora buio e la temperatura è vicina allo =°; da lì, 2 ore in palestra e dopo si va’ anche a scuola.
Iniziano dal cambiare le proprie abitudini alimentari, anche chi, come i pesi massimi, non ha bisogno di perdere peso… e combattere tutti i giorni contro le tentazioni, perché la fame in bocca è dura da controllare. Iniziano dall’essere lontani dalla famiglia e dagli affetti, dallo studiare in auto o in autobus, per recuperare tempo per lo studio, dal rinunciare ad uscire con gli amici per andare a mangiare un panino e a bere qualcosa, perché non puoi, sei a dieta o, semplicemente, perché sei stanco e domani si ricomincia; iniziano dall’essere consapevoli che quasi tutti gli altri si allenano come te, ma sai che se vuoi essere il primo, bisogna metterci qualcosa in più: una dedizione totale, tante rinunce e abitudini che diventano parte della tua vita.
È da quel momento che la vita di qualsiasi sportivo cambia del tutto.
Per diventare campioni occorre costruirlo e per farlo ci vogliono soprattutto volontà, spirito di sacrificio e perseveranza. Ecco chi sono e da dove vengono tutti quei giovani campioni che sabato e domenica scorsa, con orgoglio, fierezza e compostezza inchinavano il capo per cogliere tutti i loro meritati micro successi, in un unico Grande successo, la Medaglia.” – Giovanna Tortora.