La parola che meglio descrive il secondo giorno al Winter Camp di Lignano è fermento: il palazzetto è gremito di persone, l’energia è palpabile nell’aria. Sul tatami, in mezzo agli altri, sale una parte dei convocati dal Centro Tecnico Regionale FVG: Kail Basset, Nicolae Bologa, Luca Mottola, Giorgia Rigo, Victoria Giorgia Toma (Dojo Sacile), Gesù Francis Aman, Elisa Pigat, Samuel Francescon (Judo Azzanese), Sofia Cittaro, Sara Salvadori, Leonardo Zuccheri, Bruno de Denaro, Elisabetta Puddu (Yama Arashi Udine), Eleonora Fiorenza, Gerardo Russo (Sport Team Udine), Leonardo Copat, Rachele Moruzzi, Emma Iasevoli, Mirco Bone,, Sebastiano Pianon, Denis Trefil (Skorpion Pordenone), Michele Zilioli (Polisportiva Tamai)., Giada Finotti (Accademia Muggia)
Le lezioni, come sempre, si aprono con il gruppo dei più giovani, gli esordienti: negli occhi di molti di loro si intravvede il miscuglio di emozioni di chi partecipa al primo stage importante; in alcuni casi, al primo camp in assoluto. Forse la paura di sbagliare, di fare brutta figura, di cadere, ma anche l’occasione di allenarsi con sparring diversi, di cambiare ritmo, di dover parlare, in alcuni casi, in una lingua diversa, di mettersi in gioco, di allenarsi con la stanchezza addosso. In ogni caso, la sensazione è che molti di questi giovani atleti siano usciti dalla loro zona di comfort per darsi l’occasione di crescere e mettersi in gioco.

Ad alcuni dei coach qui presenti abbiamo chiesto di raccontarci la prima volta in cui loro sono usciti dalla propria comfort zone.
Orazio D’Allura: Il momento che ho scavalcato la mia comfort zone è quando sono arrivato in Nazionale. Ero abituato nella mia palestrina… non è come adesso: trent’anni fa era diverso, non si usciva. Adesso già i Cadetti girano l’Europa, ai nostri tempi non era così. Venendo da una città della Sicilia, Messina, per me andare a Roma era già un viaggio: lì mi sono confrontato con una realtà completamente diversa. Ero abituato al rapporto col mio vecchio maestro, tipo padre e figlio, mentre a Roma l’ho sentita tanto la differenza; poi, man mano uno matura e inizia a capire come funziona e mi ci sono abituato. Io da ragazzino non l’ho mai fatto un camp di questa portata… per questo ora ci portiamo i nostri ragazzi per fargli fare le esperienze così, per rendergli il passaggio più morbido… iniziano a vivere il passaggio in maniera più naturale di come era per noi, vedendo un tatami così grande, tante persone, tanti campioni. Quand’ero ragazzino io vedevo ad esempio Girolamo Giovinazzo, che per me era un mito… i campioni quando si mettono a disposizione degli atleti, fanno soltanto del bene al movimento sportivo. Sta poi ai tecnici nelle palestre far capire il valore delle persone che hanno fatto grandi risultati.
Silvio Tavoletta: La prima volta che mi hanno convocato in Nazionale avevo quindici anni. Tra l’altro non ricordo neanche perché, forse perché avevo vinto la Coppa Italia Cadetti. Mi sembrava di entrare in un film, non sapevo neanche come farmi la valigia, cosa portarmi… avevo scarpe da tennis, pantaloni che usavo per andare a scuola, la tuta, una! Quando mi diedero la tuta della Nazionale l’emozione è stata enorme… ricordo la tuta blu con la scritta bianca “Italia”, dovrei avere ancora qualche foto… e da lì è partita un’avventura meravigliosa che oggi, sotto diverse esperienze e con diversi ruoli, continua ancora. Però mi ricordo il cuore in gola quando entrai all’EUR in Accademia e ho i brividi quando ci ripenso! Il primo stage che ho fatto è stato prima con la grande famiglia Vismara, i fratelli Alfredo, Beppe… Giorgio era ancora atleta fortissimo… a Bertinoro, il primo randori a terra si faceva alle 6 e 30 di mattina, poi colazione, poi 9.30 tecnica, uchikomi, pranzo… poi, siccome era prima delle Olimpiadi di Seul, di pomeriggio si facevano le prese con la Nazionale inglese, belga, svizzera, eccetera… poi si faceva randori con gente che sembrava inoffensiva, quelli che oggi chiameremmo “amatori” e che, invece, ti picchiavano come dei selvaggi… non mi sono mai stancato così tanto, sette giorni e ho perso 4 o 5 chili: fantastico, bellissimo!
Giulia Quintavalle: Sono uscita dalla mia zona di comfort una delle prime volte in cui il mio allenatore mi ha portato in Nazionale e mi ha lasciato lì. Era il periodo in cui non c’erano collegiali, ma c’era il gruppo di P.O. (Probabili Olimpionici) che si allenavano e andavano in giro un po’ per Roma per allenarsi… era il periodo dei miei 18 anni, perché era marzo… ero senza allenatore, senza amici, con atleti che avevo visto durante le gare, che vedevo come esempi da imitare, ma con cui non c’avevo la confidenza e quindi non c’era quella parola di conforto, la pacca sulla spalla… mi son sentita sola. Oggi capita spesso o quando entri in Nazionale o quando entri in un gruppo militare e quindi lasci la tua zona di comfort che è la tua palestra, il tuo paese, la tua famiglia, ti allontani e ti ritrovi da solo dall’oggi al domani, a dover crescere, a diventare responsabile, a dover prendere decisioni da solo, a dover capire qual è il bene e quale il male, l’amicizia vera e quella sbagliata.
Cinzia Cavazzuti: È una vita che sono fuori dalla mia zona di comfort! Anche in questo stage in cui ho l’onore di far parte dell’organizzazione, esco tutti i giorni dalla mia zona di comfort, perché faccio cose che, tendenzialmente, per il mio carattere, per la mia timidezza non farei, anzi eviterei molto volentieri! L’idea è quella di migliorare sempre… ci si trattiene sempre perché si sa di non raggiungere mai la perfezione… devo dire che lavorare in questi anni con Ezio Gamba mi ha portato a spingermi sempre più in là e crescere, è una grossa opportunità. A volte vado in conflitto con me stessa, a volte riesco a fare uno step in più, è un allenamento continuo. Io mi ricordo anche da giovane, quando mi cambiavo per degli allenamenti, che già sentivo l’adrenalina del grande stage, con la presenza delle mie avversarie… e anche ora, per chi viene qui al Winter, il bello è che giorno dopo giorno sei sempre più stanco e quindi allenti tutte le tue inibizioni e i tuoi limiti, in modo sano e allenante. Ora chi partecipa allo stage ha un obiettivo, ma quello che poi gli rimarrà sarà un metodo da usare anche nella vita, nella scuola, nel lavoro e in tutte le cose che fanno.




