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Judo

Alle radici della tecnica: la lezione del M° Claudio Fontana

Nell’ambito dell’aggiornamento dello scorso fine settimana, domenica mattina è salito sul tatami il M° Claudio Fontana. Con la sua competenza e grande umiltà ha regalato agli Insegnanti Tecnici una lezione dinamica, che ha sottolineato le mille sfaccettature del judo. Attraverso gesti e contesto storico-pedagogico il Maestro ha dimostrato come il kata si integri con il Go-kyo, completandolo e rappresentandone alcune tecniche, scelte per favorire una più chiara comprensione dei principi e per approfondire un patrimonio tecnico ben più ampio.

Concentrandosi sui Kaeshi Waza, infatti, il M° Fontana ha spiegato come Kyuzo Mifune avesse elaborato un altro kata, il Nage Ura no Kata, composto da tre gruppi di cinque tecniche, privo dei sutemi, ricordando poi come una prima versione del Nage no Kata prevedesse dieci tecniche, portate successivamente alle attuali quindici. Partendo da queste particolarità, ha saputo proporre diversi spunti di lavoro per migliorare la tecnica e comprenderne più chiaramente l’applicazione nel randori.

Ha ancora senso insegnare kata oggi?
Sicuramente, a patto di distaccarsi dal concetto di kata visto soltanto come esibizione, qualcosa da dimostrare a qualcuno, per concentrarsi sulle sensazioni. Ripetere, ripetere, ripetere è un sistema che per noi europei è abbastanza inusuale; per i giapponesi è più semplice perché hanno diversi kata: quello per i fiori, quello per il tè… Il kata, secondo me, è utile se trovi degli insegnanti in grado di fartelo amare, di fartelo sentire come qualcosa di importante.

Kata e randori: oggi appare spesso come una dicotomia. Come si può tornare a unire le due strade in un unico percorso judoistico, così come è stato pensato in origine?
L’unica soluzione è avere la volontà di provare a fare kata e randori e pensare che sia utile integrare le due cose. Se si fa kata per le competizioni non è un errore, però dobbiamo pensare che è un aspetto del kata, che riguarda la parte tecnica ed estetica; però manca la parte interiore, cioè essere consapevoli di quello che stiamo facendo, che il percorso è quello di comprendere, attraverso delle sensazioni, i giusti contatti, questo per il Nage no Kata, per altri kata ci sono altre vie per comprendere (ieri ho fatto una lezione di Koshiki no kata ad Azzano Decimo: in quel caso è molto importante concentrarsi sulla rilassatezza mentale, sulla posizione…). Ogni kata ha degli aspetti che possono permetterci di migliorare. Chi fa solo randori, se lo fa bene può anche far solo randori, l’importante è che lo faccia bene! Io non posso rinnegare che ho un passato agonistico di più di vent’anni che mi è servito per comprendere poi il judo. Quando ho finito il periodo agonistico mi sono trovato un po’ in crisi. Perché avevo fatto del kata, però lo facevo senza avere la consapevolezza di quello che stavo facendo: era un esercizio da fare perché serviva. Mi sono poi reso conto che allenandomi per fare le gare avevo perso una parte molto importante dell’aspetto judoistico, che era lo sviluppo della tecnica, la capacità di trasmettere quello che sapevo e che potevo imparare successivamente anche agli altri, e anche la parte culturale. Secondo me è importante che ciascuno di noi si impegni in questo, perché ci permetterà di preservare l’originalità del judo. Poi io non sono così categorico nel dire “judo sport” e “judo tradizionale”. Io direi “judo fatto bene”. Il kata è un aspetto che è compreso nel judo, quindi, secondo me, anche se all’inizio potrebbe non piacere, va studiato.

A partire da quale età andrebbe studiato? Iniziare dai bambini ha senso?
Secondo me può avere senso perché è comunque un esercizio che prevede un impegno mentale e coordinativo. È presto per fare in modo che uno possa comprendere i principi. Però se un bambino cresce e ha provato il kata, magari non nella forma classica, ma più schematizzata e semplice, ha delle basi migliori per poterlo studiare successivamente. Sul discorso gare penso che possa essere negativo se si pensa ai risultati già da piccolino, mentre l’obiettivo non è sentirsi bravi perché si prendono dei punti, ma lavorare per progredire.

Riguardi i riferimenti storici sulla storia del judo e lo sviluppo del kata, forniti questa mattina: quanto lavoro di ricerca c’è dietro?
Non sono un accademico, sono un judoka che si impegna e che studia. Penso che, se prima dovevamo affidarci al sapere di alcuni maestri, senza avere delle controprove che quella fosse la verità assoluta, l’avvento di Internet, se usato con la giusta intelligenza, ci permette di approfondire. Gli strumenti ci sono, bisogna avere la volontà di farlo. Io ho tradotto, insieme all’amico Umberto [n.d.r. Bino] degli studi accademici – adesso con Internet si riesce a tradurre con facilità anche il giapponese -. La volontà deve continuare a spronarci e bisogna continuare a sentirsi ignoranti per avere ancora la voglia di studiare, se si pensa di sapere tutto ci si ferma e non si migliora. Poi, quando si propone ciò che si ha appreso agli altri, bisogna farlo con la giusta misura: se ci si pone su un livello superiore, si crea un distacco. Infatti la mia premessa stamattina è stata cerchiamo di collaborare, creare un clima positivo, in cui uno non si senta a disagio se non sa una cosa, anzi venga a chiederti perché sa che dall’altra parte non c’è qualcuno che lo giudica, ma è lì per aiutarlo a migliorare. Non dev’esser solo detto, si deve sentire, cioè io se insegno, insegno con passione, sennò preferisco stare seduto su una seggiolina e guardare gli altri.

Anche questa lezione, in questa chiave di lettura, può essere classificata come parte del Mondō?
Sì, sappiamo che Jigoro Kano aveva codificato la crescita judoistica su quattro pilastri: kata e randori per quanto riguarda l’aspetto tecnico, kogi e mondō, cioè delle conferenze in cui si spiegavano dei concetti anche filosofici e dei momenti in cui ci si poneva delle domande e si cercava di dare delle risposte. Indubbiamente sono aspetti importanti, ma prima vengono di certo kata e randori, la pratica con cui si acquisisce l’esperienza del judo.

Nella dimostrazione di questa mattina, partendo dal gruppo dei Koshi Waza del Nage no Kata, ha spaziato anche in molte altre direzioni, dal Go kyo al Koshiki no Kata, per esempio, mostrando quanto i vari aspetti del judo siano interconnessi.
Sì, molte cose si ritrovano anche negli altri kata, ad esempio uki goshi è presente in tre tecniche del Ju no Kata, anche se fatte in maniera leggermente diversa, è inserito nel Kime no Kata, e quindi sia le tecniche che le esperienze, soprattutto sul kuzushi o il tai sabaki, sono alla base di molti kata.

Questo ripetersi di tecniche e principi è voluto?
Secondo me sì. Per esempio il Nage no kata ci aiuta a riflettere molto su come ci si deve muovere sul tatami. Gli altri kata vanno a essere più specifici per la difesa personale oppure per la comprensione della filosofia del judo e le sue origini… L’Itsutsu no Kata, per esempio, è molto bello, ma si trova poco di scritto al riguardo: più approfondisci e più ti poni delle domande! Però dal punto di vista estetico, secondo me, è molto bello. Judo dovrebbe essere anche estetica: spesso vediamo degli incontri dove le persone fanno a testate e lì di estetica c’è poco… un po’ di Itsutsu farebbe bene a tutti, come una piccola medicina!