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Una “piccola tribù”: intervista a Manlio Alessio

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Manlio Alessio: psicologo, psicoterapeuta in formazione, educatore e docente. Tra le molte esperienze professionali è stato anche ex assistente sociale e, per un breve periodo, giudice onorario presso il tribunale minorile di Trieste.

Sabato 23 maggio ha tenuto un corso di aggiornamento per i nostri tecnici FVG e ne abbiamo approfittato per avere uno sguardo esterno sul nostro mondo.

Cos’ha potuto osservare in questi anni a contatto con realtà judoistiche?

La mia esperienza diretta si limita alla realtà del Judo Tamai di Gianni Maman. Quello che ho potuto osservare è qualcosa di straordinario. In un’epoca di frammentazione, Gianni è riuscito a creare una piccola tribù. Un luogo raro dove i ragazzi non imparano solo una disciplina sportiva, ma dove possono finalmente sviluppare legami affettivi sani. E oggi, lo dico da docente e psicologo, non c’è cura più grande.

Cura rispetto a cosa?

Oggi i nostri ragazzi vivono in una società che ha smantellato i luoghi storici della socialità. Quella dimensione collettiva si esprimeva nella chiesa, nella scuola come comunità, nelle sezioni di partito o sul posto di lavoro, oggi non trova più spazio.

È quindi negativo tutto ciò?

Certo, il problema è che a questi spazi reali si è sostituita una novità drammatica: la comparazione sociale di massa che avviene attraverso gli schermi.

In che cosa sta questa drammaticità?

I nostri adolescenti hanno un bisogno disperato del gruppo dei pari, perché a un certo punto dello sviluppo genitori e insegnanti sembrano non parlare più la loro lingua. Il gruppo ha una natura ambivalente: può essere un acceleratore emotivo straordinario o trasformarsi in un blocco distruttivo come il bullismo.

Se la società offrisse sempre spazi sani, come la vostra tribù, il gruppo diventerebbe l’unica vera salvezza contro l’isolamento. Il problema dei social network, invece, è che hanno trasformato il gruppo in una “vetrina”.

Perciò c’è molta meno socialità e più individualismo?

In un certo senso sì, perché oggi i social pretendono l’esibizione costante di tutto. I coetanei rischiano di non essere più amici ma un pubblico da fidelizzare o rivali da superare nell’indice di popolarità dei “like”. In questa vetrina virtuale il gruppo scompare. Si rimane isolati nella propria stanza. Crolla la capacità di gestire il conflitto: nell’online basta bloccare un profilo per eliminare l’attrito dell’incontro umano. I giovani crescono così impreparati a gestire il rifiuto e la frustrazione. La relazione vera, invece, richiede il corpo e l’accettazione della vulnerabilità. Richiede il valore dell’attesa.

Nello specifico, questa situazione come impatta sullo sviluppo dei ragazzi?

Il nostro cervello ha un limite biologico. Si è evoluto per millenni mediante il confronto su piccola scala: il villaggio, la tribù. Non possiede le difese per reggere un confronto costante e globale con miliardi di persone e modelli di vita irraggiungibili. Il nostro cervello si è evoluto per risolvere problemi concreti. L’essere umano non è fatto per la “pappa pronta” ma per la presenza di sfide che siamo in grado di affrontare e superare.

Per un verso il digitale pone i ragazzi di fronte a traguardi impossibili ma, dall’altro, toglie ogni ostacolo reale alla loro vita. Pensa a un leone: sarebbe felice in una gabbia d’oro, con la carne servita su un piatto, ma senza più lo spazio per correre e sfidare i propri limiti? Certamente no.

Quindi, da esperto, in cosa pensa possa essere utile il judo?

Beh, qui il judo ci offre una lezione pedagogica imprescindibile, attraverso l’arte del saper cadere. Nella vita quotidiana stiamo togliendo ai giovani la possibilità di cadere. Li iper-proteggiamo, cancelliamo i fallimenti, e così facendo li rendiamo fragili.

Sul tatami invece, la prima cosa che si impara è cadere senza farsi male. La caduta non è la fine, non è un fallimento definitivo, ma è la condizione strutturale per potersi rialzare più forti. Chi non impara a cadere sul tatami, passerà la vita a fuggire dalle sfide per paura del dolore.

A fianco di Gianni ho imparato che nel judo esiste un principio filosofico fondamentale: “tutti insieme per il benessere e la prosperità comune”.

Sì, in giapponese jita kyoei.

In un gruppo sano guidato da questo principio accade la magia. Si supera l’egocentrismo, perché nel confronto quotidiano con i coetanei, il ragazzo capisce che i suoi bisogni non sono gli unici ed esce dal suo isolamento narcisistico. Si validano le emozioni: parlare e lottare con i coetanei fa capire che l’ansia la paura e l’insicurezza sono esperienze condivise e questo rispecchiarsi crea alfabetizzazione emotiva. Infine si costruisce l’empatia. Forse gli “addetti ai lavori” lo danno per scontato, ma il fatto che nel judo per allenarsi serva un partner, è tutt’altro che secondario. Ci si affida l’uno al corpo dell’altro e si trasformano le pulsioni grezze in sentimenti stabili di amicizia e rispetto, con un compagno che non è nemico.

Da quello che dice, il judo sembra innestarsi perfettamente nella crescita dei giovani.

Sì, proprio perché l’identità di un adolescente si costruisce anche attraverso lo scontro e l’incontro con l’alterità reale. Solo quando un giovane sperimenta la resistenza fisica e psicologica di un’altra persona - esattamente come accade quando si afferra il judogi - capisce dove finisce il proprio Io e dove inizia quello dell’altro. I legami che ci aiutano a crescere sono solo quelli affettivi.

Con uno schermo non si stabiliscono legami affettivi. Ciò che provo attraverso uno schermo si ferma allo stadio dell’emozione ma non raggiunte la profondità di un sentimento. Il digitale oggi sta mediando persino le relazioni intime e il sesso tra i giovani. E lasciami fare un appello a noi adulti: spesso i nostri figli sperimentano quella che definisco la perdita della presenza: ci vedono fisicamente vicini ma mentalmente assenti, risucchiati dai nostri schermi. Questo crea un vuoto relazionale profondo.

Ecco perché il judo fa in modo che in ogni dojo avvenga una sorta di miracolo pedagogico. Sul tatami si sperimenta ciò che la tecnologia tenta di cancellare: la presenza del corpo, il rispetto della regola, il senso del limite e la gestione della frustrazione. Qui i ragazzi non hanno la “pappa pronta”, hanno invece una sfida da superare. Non hanno follower da stupire ma compagni fatti di carne e ossa. Perciò, vi invito a proteggere questi preziosi spazi di umanità.