
JUDO È POESIA E CULTURA
Bar delle Sirene – Ostia 31/01/2026
Il tatami come spazio educativo, il gesto come linguaggio
Nel pomeriggio del 31 gennaio, all’interno dell’evento Il Canto delle Sirene, dedicato alla cultura nelle sue molteplici espressioni, si è aperta una riflessione profonda e tutt’altro che scontata: il judo può essere considerato poesia ed una forma di cultura?
La risposta non è arrivata attraverso definizioni teoriche, ma tramite l’esperienza vissuta e condivisa. Protagonista dell’incontro è stato Stefano Pressello, Maestro di Judo 6° dan, insieme al suo team e ai suoi allievi, che hanno mostrato come questa disciplina marziale possa diventare strumento educativo, linguaggio simbolico e pratica etica.

La cultura generale di un giovane non si costruisce esclusivamente attraverso lo studio delle discipline scolastiche. Essa nasce dall’equilibrio tra conoscenza, esperienza e formazione del carattere. Ed è proprio in questo contesto che lo sport assume un valore culturale essenziale poiché educa alla disciplina, al rispetto delle regole e alla consapevolezza di sé e dell’altro.
Il judo, in particolare, insegna il rispetto dell’avversario e riconosce nella crescita reciproca un principio fondante della convivenza sociale.
Nel judo prima di ogni gesto esiste un momento di silenzio, uno spazio interiore in cui il corpo ascolta e la mente si dispone all’attenzione. In quel silenzio nasce il judo. Ed è nello stesso silenzio che prende forma la cultura.
Il judo non è soltanto uno sport, ma un vero e proprio alfabeto del corpo, una grammatica etica che educa a stare nel mondo prima ancora che su un tatami.
Come la cultura, non si apprende per accumulo, ma per sottrazione. Si impara eliminando il superfluo, affinando la precisione, riducendo l’ego. Un buon judoka, come una persona colta, non spreca né forza né parole.

La relazione tra judo e poesia emerge con chiarezza nel principio della sintesi. La poesia dice molto con poche parole, il judo raggiunge l’efficacia attraverso il minimo dispendio di energia. Il Seiryoku Zen’yō non è solo un concetto tecnico, ma una vera filosofia di vita: fare bene, senza eccessi. Ogni gesto inutile disturba l’essenziale, e l’essenziale è ciò che conta in entrambe le discipline.
Centrale è anche il rapporto con il tempo. La cultura vive di pause, di lentezza, di silenzi che consentono al pensiero di sedimentare. Il judo vive di attesa, di vuoto, di quell’istante preciso in cui l’azione diventa inevitabile. Come un verso poetico che colpisce perché arriva nel momento giusto, così una proiezione nasce da una pausa riconosciuta.
Nel judo il corpo diventa linguaggio. Ogni tecnica racconta una storia fatta di equilibrio e caduta, resistenza e cedevolezza, dialogo continuo con l’altro. È una narrazione fisica che esprime ciò che spesso le parole non riescono a dire. Una poesia scritta non sulla carta, ma nello spazio tra due corpi che si incontrano senza distruggersi.

È in questa dimensione che il judo rivela la sua natura più profondamente culturale. Non mira all’annientamento dell’avversario, ma al suo riconoscimento. Non nega il conflitto, lo trasforma in crescita. Il principio del Jita Kyōei – amicizia e mutuo benessere – diventa così fondamento etico, valido tanto sul tatami quanto nella società.
La cultura, come il judo, educa al rispetto delle regole non per obbedienza cieca, ma per consapevolezza. Insegna che la forza senza controllo è violenza, che il gesto privo di bellezza è sterile, che la vittoria senza etica è vuota. In questa prospettiva, il judo si configura anche come strumento di prevenzione e contrasto alla violenza di genere: non come pratica offensiva, ma come educazione al controllo, al rispetto e alla conoscenza di sé.

Nel judo, come nella poesia, la bellezza nasce dalla disciplina. La postura corretta, l’armonia del movimento, il saluto iniziale e finale non sono rituali vuoti, ma atti culturali. Essi custodiscono memoria, tradizione e responsabilità, e insegnano al corpo a dire “io so chi sono” senza bisogno di affermarlo a voce.
Un ippon perfetto assomiglia a un verso che chiude una poesia: inevitabile, essenziale, silenzioso. Dopo quel gesto non resta che fermarsi, riconoscere ciò che è accaduto, lasciare che il significato emerga. Anche questo è cultura.

Da Il Canto delle Sirene è emersa così una certezza: il judo non è soltanto una pratica sportiva, ma una forma di poesia e cultura in movimento, capace di educare il corpo, la mente e il carattere. Una cultura che non si ostenta, ma si pratica ogni giorno, con rigore, rispetto e consapevolezza.
Un ringraziamento sentito va alla Nazionale Italiana Poeti, per l’invito e per aver creduto ancora una volta nella forza delle parole come spazio di incontro, e al Bar delle Sirene, che alle 19.30 ha saputo trasformarsi in un luogo di accoglienza, dialogo e bellezza condivisa.
Questa sera, una sintesi dell’evento troverà spazio su Canale 10 new in seconda serata e nei tg delle ore 20 00 e 23 00, per continuare a raccontare ciò che è accaduto e ciò che continuerà a muoversi.
Le judo-sirene hanno cantato. Ora resta l’ascolto.
Stay tuned.




