Uno zaino grande quanto lui, un judogi che sta diventando piccolo per i continui lavaggi, tanta energia, passione e spirito di avventura. Julien Brulard: pochi punti ben fermi e un cuore girovago. Ieri vi abbiamo proposto la sua storia, oggi vi raccontiamo l’uomo che c’è dietro attraverso un’intervista registrata in uno dei suoi momenti di pausa, tra organizzazione dei social, scrittura, allenamenti. Al di là dell’impatto dei numeri impressionanti che il progetto di The Judo Nomad porta con sé, ci siamo trovati davanti un uomo aperto al confronto, coraggioso ma ponderato, pronto a mettersi in gioco senza mai travalicare i confini quando si propone nei club che lo invitano a tenere una o più lezioni.
Qual è la tua più grande paura?
Ciò che mi spaventa di più è il fatto di essere ancorato al progetto: ho paura che, se uno dei miei famigliari dovesse star male o avesse bisogno di me, io non riuscirei a esserci. Per quanto sto cercando di portare avanti il progetto ora che sono giovane, sperando i miei genitori continuino a star bene e che quando tornerò a casa in maniera più stabile, a progetto finito, ci sarà ancora tempo per godermi la famiglia.
E la tua più grande aspettativa relativa a questo progetto?
In realtà l’ho già raggiunta! Quando ho iniziato non era previsto che il progetto durasse dieci anni. L’obiettivo era andare dalla Francia al Giappone per guardare le Olimpiadi. Poi il progetto è diventato più grande e ho iniziato a pensare a farlo durare di più. Contestualmente, c’è stato il Covid, che mi ha impedito di assistere alle Olimpiadi di Tokyo. Le alternative erano Parigi (2024), Los Angeles (2028) e Brisbane – Australia (2032). Forse, ho pensato, non ce la posso fare per Parigi, perché sono troppo vicine e il progetto non è ancora molto conosciuto, per cui mi sono posto come obiettivo di partecipare a Los Angeles come spettatore e a Brisbane provare ad avere un ruolo più significativo (coach, membro dell’IJF o del Comitato Olimpico). Nel frattempo, però, ho avuto una proposta per essere coach già per Parigi da parte del team Vanuatu.
Lo spirito olimpico è indescrivibile, è fantastico, è come una droga… non hai mai abbastanza tempo per godertelo, perché non appena arrivi lì ti rendi conto che vorrai tornarci un’altra volta! Non appena lì ho iniziato a pensare continuamente a lavorare al meglio delle mie possibilità perché non posso perdermi le prossime… Ora il mio obiettivo è di partecipare nuovamente alle prossime Olimpiadi, che sia Los Angeles o Brisbane; con Vanuatu ho un accordo per fare il coach, così come ho fatto lo scorso anno ai Pacific Mini Games, farlo quest’anno ai Commonwealth Games a Glasgow a luglio. Questo forse mi garantirà di essere il loro coach anche a Los Angeles.
Il tuo progetto prevede, tra gli obiettivi a lungo termine, di avere un tuo dojo: chi ti piacerebbe allenare?
Voglio mescolare le cose: naturalmente l’alto livello è sempre interessante, ma ciò che a me interessa è sviluppare il progetto a livello globale, che sia in Thailandia o in Indonesia o nel Sud America… ma il punto è soprattutto dare qualcosa al judo, che trovo più importante di ciò che si riceve. Voglio contribuire a costruire qualcosa di duraturo in Paesi dove non c’è ancora un grande sviluppo sportivo, realizzando le mie Academies (la prima delle quali sarà probabilmente nel Sud Est Asiatico) e mescolare l’idea di un club locale di livello medio con l’alto livello, legandolo a un concetto turistico, in cui atleti high level di ogni dove vengono, visitano questi splendidi Paesi e possono soggiornare presso le strutture che intendo realizzare. E mi piacerebbe, in prospettiva, creare una sorta di federazione di insegnanti tecnici che girino il Mondo, come sto facendo io ora, con l’idea di render loro le cose più facili di quanto non siano ora per me, attraverso un modello sistematizzato.
Qual è la cosa principale che hai appreso portando avanti il tuo progetto e incontrando tante persone diverse?
Le persone in Francia sono generalmente alquanto pessimiste, per cui quando ho iniziato il progetto credevo che in giro per il Mondo avrei trovato una situazione analoga, incontrato gente pericolosa, quando, invece, il 99% delle volte è andato tutto bene: le persone sono per lo più amichevoli, cercano di aiutarti e, di sicuro, non intendono farti del male. La cosa principale che ho imparato è molto legata ai valori trasmessi dal judo ed è la resilienza. Questo progetto presenta molti ostacoli: finanziari, psicologici, di salute, politici… ma ho imparato a rimettermi in piedi dopo ogni problema e ora non sono più solo perché c’è un’intera comunità a sostenermi, ho molti amici in tutto il mondo. Io mi incito continuamente a non darmi per vinto, ma ormai ci sono migliaia di persone che mi aiutano a non arrendermi. E circa centocinquanta persone che mi sostengono anche finanziariamente, a diversi livelli, per cui, anche per rispetto a quanto mi stanno dando, non intendo mollare!
Quando hai iniziato qualcuno della tua famiglia o dei tuoi amici ha provato a fermarti?
Nessuno ha provato a fermarti, ma una parte dei miei amici mi ha detto, in linea con la cultura pessimistica francese: stai solo sognando, smetterai dopo dieci Paesi! Ti farai male e ti fermerai; ti annoierai di andartene in giro da solo oppure ti innamorerai… ci sono così tante ragioni per fermarsi, ma ora ho già girato 57 Paesi e non mi sono ancora fermato. Per quanto riguarda la famiglia è un po’ diverso, erano spaventati per me a vari livelli, di fatto io non ho un salario e non posso permettermi di salvare denaro per quando mi ritirerò, perché spendo tutti i miei soldi per portare avanti il progetto. Questa è la parte più spaventosa per la mia famiglia. Sono dieci anni di questa vita, ora sono circa a metà. Avrei potuto condurre una vita più tranquilla in Francia, certamente più stabile, ma anche più noiosa. Non vengo da una famiglia povera, ma nemmeno ricca, conosco il valore del denaro. Se un giorno vorrò fermarmi so di avere un posto sicuro dove fermarmi ed è già tantissimo.
Tra tutte le persone che hai incontrato, chi non scorderai mai?
Così tante persone! In particolare un insegnante giapponese incontrato a Bali, in Indonesia, anni fa: ha circa 80 anni ed è un ex poliziotto, ex atleta, 8° dan, che ha preso i soldi della sua pensione e li ha usati per venire a Bali e costruire lì il suo dojo per i bambini, facendo in modo che fosse per lo più gratuito per loro ed è fantastico, hanno tutto ciò di cui hanno bisogno. E il maestro ha preso contatti con la federazione indonesiana, ha imparato la lingua, ha fatto tantissimo per il judo… tristemente ora è molto malato, per cui il suo progetto potrebbe disgregarsi, per cui vorrei aiutarlo, magari andare ogni tanto a insegnare nel suo club in futuro, per mantenerlo in piedi con i suoi valori e insegnamenti. Di certo è una delle persone alle quali penso di più al momento e il cui esempio non scorderò mai.
In una delle lezioni che hai tenuto sei partito dal Nage no Kata per spiegare un principio da applicare poi in randori. Quanto è importante per un judoka conoscere anche il kata per praticare un buon judo?
Vengo da un contesto competitivo e a noi atleti solitamente non interessa particolarmente il kata, ma quando avevo circa 15 anni ho preso la cintura nera e ho praticato Nage no Kata per la prima volta e ricordo la sensazione di noia iniziale, di eseguire movimenti ripetitivi, ma anche la sorpresa di riuscire finalmente a capire e tirare uchi mata, cosa che prima non mi riusciva! Imparare quelle tecniche che rappresentano i principi base è qualcosa che devi avere se vuoi davvero avere un bagaglio tecnico ampio. Tutti, soprattutto i giovani, sognano di tirare, che so, l’uchi mata di Ono o praticare il judo georgiano, ma servono basi solide prima di lavorare sul proprio stile.
C’è un luogo che rimpiangi di aver visitato a causa di cattive esperienze che hai avuto lì?
Ho avuto qualche brutta esperienza, ma non rimpiango nulla. In alcuni Paesi forse ho incontrato le persone sbagliate, ma non importa, i brutti momenti passano.
Tra i tanti luoghi che hai visitato c’è ovviamente il Giappone: è diverso da come te l’eri immaginato?
Ci sono stato diverse volte: la prima quando avevo 21 anni. Ed era molto diverso da come l’immaginavo. Comparandolo alla nostra cultura europea, ogni cosa è diversa lì! I primi due giorni non ho quasi chiuso occhio, perché lì le città non dormono mai, puoi uscire a qualunque ora e trovare supermercati o caffè aperti. Anche la vita judoistica è ovviamente molto interessante in Giappone, ma non come ce l’aspettiamo. Naturalmente c’è molta tradizione e cultura, ma spesso noi europei ci immaginiamo che magari gli allenamenti inizino con un colpo di gong, in silenzio assoluto… mentre invece, per esempio, ero all’Università di Tokai lo scorso anno e per trenta minuti hanno fatto riscaldamento al ritmo hip hop di 50 Cent! Non ti aspetti questo dal Giappone! Negli anni sono anche molto cambiati nell’atteggiamento: sono più aperti e sorridenti, si spingono anche a incoraggiare gli atleti alle gare e va bene perché il mondo sta cambiando: lasciateli divertire.
C’è un insegnante che ti piacerebbe o ti sarebbe piaciuto incontrare sul tuo percorso?
Quand’ero un bambino il mio eroe era Toshihiko Koga e quando ho vissuto in Giappone ho incontrato suo figlio e ho avuto la possibilità di incontrarlo, ma, sfortunatamente, all’epoca ho pensato che abitasse troppo lontano, era costoso recarmi a fargli visita, per cui ho rimandato, pensando che avrei avuto un’altra occasione in futuro: aveva soltanto 45 anni allora, mi sembrava fattibile. Purtroppo è venuto a mancare prima che avessi una nuova opportunità e da allora la mia regola è cogliere ciò che mi viene dato oggi, perché non so che cosa mi riserverà il domani.
Sono stato contattato poi da Flavio Canto e ho incontrato Tiago Camilo, che sta facendo un lavoro sociale davvero di grande ispirazione nelle favelas, portando il judo a bambini poverissimi.
Inoltre ho avuto la fortuna e il piacere di scambiare qualche parola con Kōsei Inoue, con il Sensei Yamashita, col quale ho spesso parlato del progetto di portare avanti il dojo in Indonesia e il presidente dell’IJF Marius Wizer che conosce il progetto molto bene. E altre persone che magari sono meno in vista e conosciute, ma hanno un grande impatto sul mondo del judo come l’Head Coach della Mongolia Erdenebaatar Uuganbayar, che ormai è un mio grande amico.
C’è un atleta di alto livello che è un’ispirazione per te?
Timur Arbuzov, campione del mondo 2025: è molto giovane, eppure sta dominando gli 81 kg, una categoria estremamente competitiva. Mi ispira non perché vorrei copiarlo, non c’è modo che riesca a fare quello che fa lui e questo vale per il 99% delle persone, perché fa judo in un modo unico, con una flessibilità incredibile, credo abbia qualche vantaggio genetico… ed è molto umile. Poi il giapponese Dota Arai (100 kg), Alice Bellandi, ce ne sono così tanti… mi piace molto anche il russo Tasoev dei +100 kg… e poi ci sono quegli atleti che fanno cose talmente pazzesche che sembrano dell’altro mondo, come Hifumi Abe e Uta Abe. Sono dei “mostri” di bravura, al punto che a volte ti fanno dimenticare quanto sia difficile il judo e il loro modo di esprimerlo! Tra i francesi Daikii Bouba, nei 66 kg, che ha circa la mia età ed è un amico: era molto forte da giovane, poi ha avuto un sacco di problemi con gli infortuni che gli hanno precluso una carriera di alto livello, ma quando ha avuto l’occasione di fare quel passo in più, lo scorso anno, ha vinto il titolo europeo e ha un judo molto tecnico e molto vario, un atleta davvero interessante da vedere combattere.

Hai poco tempo libero: coltivi qualche hobby?
Seguo un po’ il rugby, per lo più i grandi eventi; se sono nel posto giusto e ho tempo, le arti marziali miste, cui prendono parte come concorrenti anche molti judoka: mi piace guardare gli incontri, mi piace la logica del combattimento, ma non ci sono regole tecniche precise, per cui mi piace applicare quelle del judo. Non concordo col fatto di combattere chi è già al tappeto, ma mi piace la parte dell’allenamento. A parte questo, coltivo un sacco di passioni che sono relazionate col progetto (ed è una cosa che mi piace moltissimo!): fotografia, video editing, judo, viaggi… Poi mi piace, magari se non riesco a dormire, guardare film, fiction, serie tv come House of Cards. Ma anche essere semplicemente a casa nel Nord della Francia con la mia famiglia, i miei gatti… sono un terribile cuoco, ma mi dico sempre che prima o poi vorrei imparare. Ci sono così tante cose che vorrei imparare o approfondire… ho suonato la chitarra per 6-7 anni, mi piace la musica…
Torniamo al judo. C’è un aspetto del tuo carattere che vorresti sviluppare per essere un insegnante migliore?
Vorrei essere più organizzato da una parte, per l’amministrazione, ma anche più aperto e flessibile a tutto ciò che potrebbe succedere, pronto a cambiare i miei piani con elasticità.
Hai mai paura di insegnare nel modo sbagliato per il gruppo che hai davanti?
A volte mi trovo davanti campioni, medagliati olimpici: all’inizio era molto spaventoso per me, ma poi mi ci sono abituato, anche se io mi sono fermato a un livello agonistico molto più basso, ho saputo comunque trovare cose che potessero interessarli. Ho insegnato in Giappone chiedendomi come poter portare qualcosa di utile proprio a loro, ma ho imparato così tanto sulla pedagogia girando il mondo, differenti stili di tecnica e di approccio, che ora posso pensare di portare qualcosa anche a loro. Ora la parte più difficile non è insegnare… per esempio posso nominare Martti Puumalainen, che ha vinto i Masters nel 2023 e è stato campione europeo nello stesso anno. Abbiamo passato diversi giorni insieme: insegnare non era la parte importante, trovi sempre su cosa lavorare. La cosa fondamentale è l’atmosfera che crei: se è buona puoi imparare l’uno dall’altro. Se chi hai davanti ti guarda dall’alto in basso pensando di saperne comunque più di te e che non hai niente da insegnargli – e mi è capitato a volte, in piccoli dojo, di solito – può diventare davvero difficile.




