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Judo

Lucia Morico: il talento della perseveranza e il bisogno di fare errori

Le cose che colpiscono al volo di Lucia Morico sono l’energia, la simpatia e l’interesse genuino verso l’altro. Occhi vivaci, sorriso spontaneo, di cui fa ampio uso mentre insegna sul tatami e affascina i giovanissimi judoka dello Skorpion Stage, Lucia parla senza filtri, raccontandosi con piacere in una chiacchierata "fiume".

Qual è l’immagine più vivida che hai del tuo passato?

Mi viene subito in mente il Centro Olimpico, questa gioia di stare in quel posto che è stato per alcuni tempi casa mia: addirittura avevo una stanza tutta per me quando poi sono entrata a far parte… e l’avevo arredata a modo, era diventata casa mia! Poi, agonisticamente, sento ancora questa gioia dell’emozione olimpica di Atene 2004, la sensazione dell’ippon e la leggerezza dell’avversaria che vola sopra di te! Poi mi riaffiorano tantissimi ricordi, perché vent’anni della mia vita li ho trascorsi là.

Chi era la tua migliore amica in quel momento?

Erica Barbieri che è stata anche la mia sparring partner inizialmente e tuttora ci frequentiamo. Ma non posso non nominare Ylenia Scapin, perché lei era già lì e quindi ci ha fatto un po’ strada. Siamo cresciute insieme, abbiamo litigato, ci siamo picchiate, abbiamo comprato casa a Ostia e siamo state vicine di casa… abbiamo condiviso tantissime cose, più che una sorella!

Qual è la sfida più difficile che hai dovuto affrontare come atleta?

Non c’è qualcosa di difficile, per me è stato tutto difficile! Io nasco come atleta senza caratteristiche molto importanti. Non ero la più veloce, non ero la più tecnica o la più agile. Ho dovuto sempre lavorare. Però ho creato un metodo e una volta che lo fai, per arrivare a quello che per altre era facile, bisogna costruire giorno dopo giorno. Per chi ha un metodo è solo questione di tempo raggiungere i propri traguardi. Mi sono maturata un pochino più tardi, sono stata dietro ad atlete come anche Ylenia Scapin, che mi batteva sempre alle finali nazionali, Emanuela Pierantozzi… però quando è stato il mio momento ero già maturata e cresciuta. Per cui, tornando alla domanda iniziale, qual è stato il momento più difficile… tutti! Però credo di essere il miglior esempio per chi, come me, non nasce talentuoso. Il mio talento era quello di persistere, di credere in quello che facevo. È un talento che possono avere tutti, ma mi piace essere d’ispirazione in questo senso. Credimi che, se ce l’ho fatta io, se ti alleni, se ci credi… non basta volerla tanto una cosa, perché tutti vogliono vincere, tutti si allenano, ci devi mettere un po’ del tuo. Ho saputo sempre come aggirare l’ostacolo.

È un metodo che applichi anche nella vita?

Sì! Ahimè, sono tante le cose che non so fare e faccio molta più fatica da adulta, ma il judo è stato una bella palestra di vita. Anche quando sono andata a lavorare non ero più la campionessa del judo, ma soltanto Lucia Morico e ricominciare non è stato così semplice, ho dovuto imparare tante cose in un mondo del tutto nuovo, dove gli altri erano già formati in un’altra maniera, per cui ho dovuto ascoltare, osservare, rubare con gli occhi, un po’ come si fa sul tatami!

Oggi sei, tra le altre cose, un’insegnante di judo. Ti senti più a tuo agio con bambini o con adulti?

Anche lì ho dovuto ricominciare tutto da zero. Sono proprio convinta che il miglior atleta sia il miglior coach, anzi, perché devi toglierti dal centro dell’attenzione e dare. E di solito l’agonista non è molto generoso, perché ha la presunzione che tutto il mondo gli giri intorno e pensa prima a se stesso. Mentre in palestra devi guardare tanti bambini e chiederti come si fa a trasmettere ciò che vuoi a tutti, perché ognuno ha i suoi tempi e modalità di apprendimento. Quindi ti devi rimettere in discussione, anche lì rubare con gli occhi a chi c’è stato prima di te. Tutte le fasce d’età sono molto interessanti, ma i bambini hanno una freschezza che da adulti si perde e quindi mi diverto un sacco con loro, perché sono spontanei, vengono lì e te la dicono! Insegno soltanto a ragazzi della fascia d’età pre agonistica per comodità, perché i miei figli hanno iniziato con me e per stare insieme a loro insegno nella fascia d’età in cui si trovano in un determinato momento! Ora a fare judo è rimasto solo Joele, che è ancora giovane, quando diventerà esordiente mi sposterò anch’io! Oggi sono qua e mi rendo conto che sono già passati 10 anni da quando insegno! E, proprio allo Skorpion Stage, mi sono resa conto che ai bambini non gliene frega di me in quanto Lucia Morico campionessa, ma di come mi rapporto con loro e anche questo è bello! Vale il qui e ora.

Che tipo di atleta tendi a formare? L’agonista incentrato su di sé o il judoka con valori saldi?

Tendo a non formare l’agonista, sarà che ne ho avuto già abbastanza… ma credo anche che si perderebbe qualcosa a fare soltanto il lato agonistico del judo. Tendo a far capire al bambino che deve alzare la propria asticella, superare il proprio limite. Se un bambino che viene in palestra è molto timido cerco di farlo tirar su, l’esuberante di calmarlo… E il judo è un grandissimo strumento per questo, siamo fortunati, riusciamo a lavorare su tutte le tipologie. E quando alla fine dell’anno vedo un cambiamento vero nei bambini, penso d’aver fatto il mio lavoro. E comunque per me è giusto che l’atleta conosca e affronti la sconfitta e capisca che non è successo niente, così come per la vittoria, hai vinto oggi, domani si torna a lavorare. Lo uso come esercizio della vita. Magari le persone rimangono deluse da questo, si aspetterebbero da me di tirare su dei campioni. Ma se penso a me bambina, ho lavorato step by step, per conquistare le mie varie cinture, non avevo un progetto in mente e nessuno mi ha stressato prima del tempo. Quando insegno, a Marotta, da dove vengo io, sul tatami sale ancora con me il mio maestro, che adesso ha 86 anni! E io non sono la maestra, sono il suo braccio destro! E lui è più improntato all’agonismo di me! Per cui io cerco di mediare e di non far bruciare le tappe.

È questa l’impronta che hai voluto dare ai ragazzi allo stage?

Sì e sono particolarmente contenta delle lezioni che ho fatto. Era un po’ di tempo che non venivo a fare uno stage ed ero un po’ insicura, anche perché magari a casa la pensi una cosa, poi la proponi qui e il bambino non è pronto e quindi devi saper rimodellare. Quindi, quando ho visto com’erano i bambini e com’era l’ambiente, l’ho rielaborata, mi ci è voluto un po’, ma poi il riscontro è immediato, lo percepisci da parte dei bambini, te lo vengono a dire i tecnici e sai se hai proposto le cose giuste. Quello che conta è lasciare la tua impronta che è diversa da quella di tutti gli altri. Anche una certa complicità con i bambini e rendere loro protagonisti.

Piancavallo (PN) - 02/04/2026 - SKORPION STAGE 2026 - Foto Elia Falaschi © 2026 - https://www.eliafalaschi.it - https://www.skorpionpn.com

Fai parte del progetto “Difesa Legittima sicura”: qual è la parte più delicata del tuo lavoro in quel campo?

Il progetto nasce da un avvocato del territorio, che dà un’assistenza alle donne vittime di stupri e ci sono anche psicologi. Chi denuncia ha la possibilità, oltre che di essere seguita da questi professionisti, di fare un percorso di difesa, che sembrerebbe strano dopo aver già subito violenza, ma permette di ridare sicurezza a donne spezzate, a prendere consapevolezza, a creare gruppo, una piccola famiglia. Spesso, purtroppo, vengono solamente addetti ai lavori. Il senso è far capire che con pochi strumenti si può opporre resistenza, ma è un lavoro molto difficile, per quanto oggi giorno sia un’urgenza sociale. Io credo che il judo mi abbia dato un modo di guardarmi intorno, di acuire i sensi, di camminare anche, diverso e che scoraggi a prima vista. Tornando al progetto, il direttore tecnico è il maestro Enzo Failla, che ha creato un protocollo che usiamo.

Quali sono le armi migliori per una difesa efficace?

Secondo me l’arma più efficace è la ripetizione, l’acquisizione del gesto, come nel judo: a forza di fare le stesse tecniche, poche tecniche, ogni giorno, da anni, ti entrano dentro. Bastano tre quattro cose e farle bene, provandole tutti i giorni, con disciplina. E un certo occhio, certo. Ma così mi sono preparata anche per le Olimpiadi! C’era il direttore tecnico che diceva “tutte le volte che vedete qualcosa di bianco fate un’entrata di judo”: entra nel tuo quotidiano!

Com’è il rapporto con tua figlia Julia, ora stella in ascesa della pallavolo?

Il rapporto a volte è difficile: anche suo papà, il judoka inglese Winston Gordon, è stato un olimpionico (5° classificato ad Atene 2004 e presente ad altre due edizioni olimpiche), per cui fin da bambina Julia ha sentito questa pressione, di tutti addosso… poi avere la madre che è anche la tua maestra. D’altra parte ha delle caratteristiche che derivano dal judo e di cui io mi vanto. Ha una coordinazione che per una ragazza che ora è arrivata a essere alta 1,83 m, è data perché fin da quando aveva tre anni è salita sul tatami ogni giorno insieme a me! Però fa pallavolo, e ne sono contentissima, perché ha trovato la sua strada. Certo, non è sempre facile, magari vorrebbe fare cose normali per una ragazza della sua età e io le do il consiglio come mamma e come coach, lasciando che sia lei a scegliere, specialmente prima di partite importanti, come le finali nazionali. Poi c’è Joele, che fa tantissimi sport. Lui è come me: mentre Julia è una dotata, noi dobbiamo lavorare tanto. Noi abbiamo caratteristiche molto simili, entrambi sagittario, entrambi dislessici, quindi con difficoltà simili a scuola. Noi ci applichiamo e arriviamo.

Quanto pesa ancora quella medaglia olimpica: ti secca l’idea di venir identificata solo con quel risultato?

Me ne sono un po’ liberata. Lo permetti te di identificarti con quello e basta. Io me ne sono voluta liberare velocemente. Quando uno ti chiede: qual è stato il momento più bello della tua vita e risponde già al posto tuo, ricordandoti che hai avuto i figli… io dico, no ragazzi, è stata quella medaglia, più bello di tutto! Ma ancora più bello è stato il momento prima, quella della qualificazione. Ho vissuto delle esperienze, e mi hanno pagato per fare una cosa bellissima, il sogno olimpico. È stato veramente un momento magico ed è difficile staccarsi da quello, però la vita è fatta di alti e bassi. Io ho un bellissimo ricordo, ma non la consacro. Mi fa piacere che le persone mi riconoscano quel momento e mi chiedano “com’è vincere le Olimpiadi?”, anche se non ho parole per poterlo spiegare, la gioia è enorme, rimani nell’Olimpo, ma come persona sono andata avanti, ho messo la medaglia lì, a casa della mia mamma e ho saputo andare avanti e trovare nuove cose, nuovi stimoli.

Hai ancora un sogno nel cassetto?

C’è stato un momento in cui non ne avevo e mi sentivo triste. Mi ha liberato una mia amica che mi ha detto: “ma basta, non è che devi essere sempre in competizione, si può anche non fare niente e godersi il momento!”.
A 50 anni, con i figli che ormai stanno crescendo, mi sono andata a riprendere delle cose che avrei sempre voluto fare, come per esempio, mi sarebbe sempre piaciuto imparare a ballare il tango. E ora, mi sono iscritta! Poi mi piacerebbe provare altri sport, poi certo, non diventerò la ballerina di tango più brava, però mi sono creata il mio obiettivo: per i miei 51 anni voglio fare un piccolo show!
[ride!] Ma ci sono anche altre cose: per esempio una mia amica si è iscritta all’università e questa cosa mi è parecchio garbata, perché piacerebbe pure a me e chissà che non mi rimetta a studiare… quello che desidero è trovare qualcosa che mi rende felice, però ho sempre bisogno di inseguire un traguardo finale. Ho provato anche pallavolo, dove sono negata, per capire come davano i punteggi e come capisco io le cose? Facendole! Altri sogni non ce li ho, faccio un sacco di cose: lavoro, ho l’orto, mio figlio, judo, vai a trovare la figlia a Venezia, cerco di riempirmi sempre di tante cose, sono un po’ irrequieta ancora! Faccio dei viaggi, ma non per i posti, ma per andare a trovare le persone: oggi sono andata a trovare Paola Boz a casa sua, mi piace mantenere i contatti, sono molto interessanti le persone, è un piacere intimo di rivedere le persone e ritrovare subito il feeling di quella volta, che ne so, Marco Caudana, ci sono stata due minuti ed è sempre “Marco mio” o anche Giorgina Zanette, dice delle cose… loro sono i testimoni della nostra gioventù! È inutile che ti dica che in Nazionale facevamo così o cosa, io e loro ci guardiamo e ci capiamo al volo.

Non hai rimpianti?

Mah, se mi dicono: torni indietro, rifai tutto uguale? Io no, cambio tutto, ma sempre con la paura di perdere tutto ciò che di bello ho vissuto e anche gli sbagli, perché servono moltissimo a imparare. Però mi sarei impegnata di più nello studio, avrei fatto scelte diverse, mi sarei fatta meno problemi, sarei salita sul tatami molto più leggera, mi sarei perdonata molte più volte… tornassi indietro ne farei anche di più di errori! Ero una ragazza di paese, pensa ero timida, chi l’avrebbe mai detto!