Sabato 16 e domenica 17 maggio nella Sport Hall “Arena Hotel Hills” a Sarajevo sono in programma i campionati europei di kata. L’Italia, che agli europei dell’anno scorso a Riga conquistò più medaglie di tutte le altre nazioni, punta ad una conferma e presenta la delegazione più numerosa fra le 26 nazioni iscritte. Particolarmente numeroso anche il contributo numerico del Friuli Venezia Giulia, iscritto con 14 judoka. Si tratta di Corinna Sedevcic, Giorgia Venza, Giorgia Tius, Emma Nardon del Dojo Trieste, Gianluca Rainis, Tommaso Rattà, Matteo Cargnel, Matteo Cecotti del Corpo Libro, Gino Gianmarco Stefanel, Alessandro Cugini, Fabio Polo del Judo Kuroki, Francesco Piva, Giada Casetta della Polisportiva Villanova, Marika Sato del White Tiger.
Segue l’intervista a Cesare Amorosi, pubblicata oggi su Eju.net
Cesare Amorosi: “Allenare il kata significa allenare la mente” - Campionati Europei di Kata di Judo – Sarajevo 2026
Quando si parla di kata in Europa, è impossibile non citare l’Italia. Di anno in anno, generazione dopo generazione, la squadra italiana continua a innalzare il livello in quasi ogni specialità di kata, combinando tradizione, innovazione e una notevole continuità sulla scena europea.
Dietro a questo successo c’è un sistema fondato su passione, fiducia, disciplina ed evoluzione costante. In vista dei Campionati Europei di Kata 2026 a Sarajevo, abbiamo incontrato Cesare Amorosi per parlare della filosofia alla base dei risultati dell’Italia, della dimensione mentale del kata, dello sviluppo delle nuove generazioni e del perché il kata sia molto più impegnativo di quanto molti pensino.
In vista dei Campionati Europei di Kata a Sarajevo, in cosa consiste quotidianamente il tuo ruolo all’interno del programma italiano di kata?
Cesare Amorosi: Attualmente sono Presidente della Commissione Nazionale Kata e Master, il che significa che sono responsabile della definizione del programma annuale del circuito nazionale di gare di kata e dei programmi di formazione per tecnici e arbitri. Inoltre alleno, insieme ai miei collaboratori, gli atleti che fanno parte della Squadra Nazionale Italiana di Kata.
Il tuo percorso da tecnico ha toccato molte aree diverse del judo. In che modo questa esperienza ha influenzato la tua filosofia come allenatore e leader?
CA: Oltre alle diverse specificità tecniche, per la mia esperienza è fondamentale aiutare gli atleti a essere migliori di quanto fossero prima, e per farlo sia l’allenatore sia l’atleta devono avere fiducia reciproca e credere nel percorso che costruiscono insieme, attraverso un feedback costante e sincero.
Lavori anche a stretto contatto con il programma di judo adattato. In base alla tua esperienza, in cosa differisce l’allenamento degli atleti di kata da quello dei judoka dell’adattato, e ci sono similitudini tra i due ambiti che per te sono particolarmente significative?
CA: Non credo ci siano differenze sostanziali. Ogni atleta e ogni coppia ha caratteristiche, bisogni e obiettivi diversi; sta a noi comprenderli e sviluppare insieme il programma più adatto. L’obiettivo finale, al di là della competizione, è aiutarci a migliorare nel judo e come persone, come ha più volte scritto e affermato il fondatore del judo, il professor Jigoro Kano. Questo è un elemento comune a tutti: atleti, allenatori e insegnanti. Vedere gli atleti dell’adattato allenarsi e gareggiare rende questo aspetto, se possibile, ancora più importante.
Il kata richiede non solo precisione tecnica, ma anche fiducia e armonia tra i partner. Quali qualità cerchi maggiormente nello sviluppo di coppie di kata di successo?
CA: In sostanza, allenare il kata significa allenare la mente. Se la mente è nella condizione giusta, il corpo si muove correttamente e le tecniche scorrono in modo fluido. Se c’è fiducia reciproca, il giusto o sbagliato passa in secondo piano; conta solo il gesto. Per arrivarci, gli atleti che formano la coppia devono trovare la migliore armonia possibile, avere gli stessi obiettivi e la stessa intenzione nel lavoro quotidiano. A volte è necessario trovare un equilibrio, quindi gli atleti devono essere disposti ad adattare alcuni dei propri metodi per andare incontro a quelli dell’altro. Tuttavia, ogni coppia ha le sue caratteristiche e peculiarità, punti di forza e di debolezza, mentalità e obiettivi specifici; è necessario cercare di capire qual è il percorso migliore per ciascuna di loro.
CA: L’Italia ha una lunga tradizione nello studio e nella pratica del kata, grazie a Maestri che hanno trasmesso con passione le loro conoscenze. La prima generazione di atleti ha ottenuto risultati eccellenti e molti di loro, una volta terminata l’attività agonistica, hanno iniziato a formare nuovi atleti. Negli anni successivi, quando ho smesso di gareggiare e ho iniziato a dedicarmi al kata a livello regionale e poi nazionale, ero convinto che questa parte del judo non fosse esclusivamente riservata ai praticanti esperti con molti anni di pratica alle spalle, ma potesse essere molto utile e apprezzata anche dai più giovani.
Attualmente, in Italia abbiamo un numero elevato di junior, cadetti e senior sotto i 35 anni impegnati nelle competizioni, il che garantisce un innalzamento del livello dei praticanti e una diffusione più ampia della conoscenza del kata. Ho quindi proposto e introdotto un circuito di gare nazionali che genera una Ranking List per ogni kata, nella quale sono incluse anche alcune competizioni internazionali come l’EJU Kata Tournament e l’IJF Kata World Series. La Squadra Nazionale Italiana è composta dalle coppie che occupano le prime posizioni della Ranking List, aggiornata gara dopo gara. Abbiamo quindi adottato un criterio oggettivo che ha suscitato grande entusiasmo tra gli atleti, poiché ognuno sa di poter provare a qualificarsi per i Campionati Europei e Mondiali, tutti con pari opportunità di partenza.
Inoltre, con questo sistema, le nostre coppie più affermate sono costantemente stimolate a migliorare per non essere superate e per continuare a partecipare alle competizioni internazionali, confrontandosi con il livello delle altre nazionali. Man mano che cresce il livello medio nazionale, sia in quantità sia in qualità, cresce anche il livello dei migliori. Per gli atleti più giovani come per quelli più maturi, grazie al prezioso lavoro di uno dei miei collaboratori, esperto in preparazione atletica e analisi del movimento, ho sviluppato e introdotto programmi di preparazione fisica specifici per il kata e per il ruolo (tori e uke), mirati a prevenire possibili infortuni dovuti alla ripetizione continua e intensa nel tempo di una tecnica e a migliorare tecnica e performance. Questi programmi sono attualmente seguiti da diversi atleti di kata, sia della squadra nazionale italiana sia di livello inferiore, con ottimi risultati.
Per chi conosce il kata solo attraverso i risultati delle gare, che cosa pensi venga spesso sottovalutato di questa disciplina e del livello di preparazione richiesto dietro le quinte?
CA: Forse si potrebbe pensare che una prova tecnica senza incontro non sia particolarmente complessa. A mio avviso, la gara di kata richiede un notevole sforzo mentale: tendere a una perfezione irraggiungibile senza che diventi un’ossessione, accettare il giudizio arbitrale qualunque esso sia, e accettare i propri limiti e quelli del compagno. Questo coinvolge in modo particolare la sfera emotiva, che non è semplice da allenare. Il kata non è distinto dal resto del judo; è una delle sue componenti, e non è possibile eseguire un buon kata senza un’ottima base tecnica e una solida esperienza di randori, che devono essere costantemente praticati parallelamente al kata.
Al di là delle medaglie, che cosa renderebbe per te un successo i Campionati Europei di Kata di Sarajevo, a livello personale e per la squadra italiana?
CA: L’Italia ha vinto il maggior numero di medaglie ai Campionati Europei di Kata 2025 a Riga. In termini di risultati, possiamo al massimo eguagliare quanto fatto lo scorso anno. Ripetersi è sempre molto difficile, ma sono certo che faremo il possibile per riuscirci. Oltre ai risultati, per me la cosa più importante è che gli atleti, i loro accompagnatori e i tecnici di riferimento riescano ancora una volta a creare un’atmosfera positiva di crescita, rispetto e miglioramento continuo, e che ognuno di noi dia il massimo, nel proprio ruolo. Ogni competizione insegna qualcosa a tutti; l’importante è cogliere gli spunti, valutarli e lavorarci nel miglior modo possibile in vista della gara successiva.






