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Judo

Michele: una cintura nera davvero speciale

(C.V.) Il traguardo di Michele, ragazzo con sindrome di Down che ha recentemente conquistato la cintura nera di Judo, è già stato ampiamente evidenziato dai media territoriali e lo ha portato fino alla Camera dei Deputati grazie all'intervento dell'On. Felice Mariani. Una gran soddisfazione per lui e per i suoi insegnanti. Per questo motivo, però, noi vogliamo raccontare un punto di vista diverso: quello di chi Michele e di chi l'ha vissuto fin dal primo giorno in cui ha messo piede sul tatami e l'ha accompagnato in questo suo percorso tanto straordinario proprio perché ordinario.
 
Di seguito le parole di Tommaso Stefani, tecnico del ValmarenoJUDOkai.
 
"L’avventura di Michele è iniziata al ValmarenoJUDOkai nel 2012. Sin dal primo giorno il maestro Stefano Stefani (papà di Tommaso, ndr) ha posto “patti chiari - amicizia lunga” con gli altri soggetti che seguivano Michele, allora appena 14enne (educatrici, associazioni, genitori ecc.): chi entra nel dojo si cambia e come tutti indossa un judogi, diventando uguale a tutti quanti abbiano i piedi sopra la materassina. E così è stato.
 
E così Michele, come i tanti altri judoisti con patologia dello sviluppo e/o disabilità intellettiva che sono passati sul nostro tatami, è stato trattato sin da subito allo stesso modo di tutti gli altri: allenamenti, attività, regole e corretto atteggiamento.
Facile a dirsi, penserete. Ma poi? Quando le gambe non gli reggono? Quando l’ipotonia e la lassità legamentosa, tipiche della Trisomia 21, gli impediscono un utilizzo del corpo come gli altri? È qui che l’ambiente fa la differenza e, forse, ha fatto la differenza anche per Michele al valmarenoJUDOkai, abbattendo le barriere: ci sono stati compagni che pur magari dovendo preparare una gara,  hanno scelto di lavorare a turno anche con Michele permettendogli di fare Judo anche ad alti livelli di affaticamento fisico; ci sono stati compagni che hanno scelto di "mettersi da parte” e di cadere 5 volte in più pur di far sperimentare a Michele un corretto gesto tecnico, ben sapendo che Michele non avrebbe controllato perfettamente la loro caduta; ci sono stati insegnanti che hanno scelto di far fare un circuito in meno per gli “agonisti” per dare più tempo a Michele di apprendere una tecnica. C’è stato un ambiente intero che, quindi, ha avuto come priorità quella che “tutti lavorassero intensamente”: con quel “tutti” che comprendesse giovani, meno giovani, agonisti, amatori, ed affetti da disturbi dello sviluppo.
Il "tutti" è stato - ed è - la priorità e questo approccio, in modo spontaneo ed automatico,  ha abbattuto le "barriere ambientali" che altrimenti ci sarebbero state ed avrebbero penalizzato i ragazzi diversamente abili.
 
In un ambiente nel quale tutti hanno “l’abilità” di praticare (dall’autistico, all’anziano, all’affetto da sindrome di Down, all’agonista, ...) perché tutti sono in grado di osservare chi hanno davanti e, quindi, di "adattarsi" a lavorare con tutti, mi chiedo: seguendo questa logica dialettica, il concetto di “dis-abilità” può davvero non esistere più, visto che tutti hanno - di fatto - l’abilità di praticare? “Tutti insieme per crescere e progredire”? Domanda aperta!
 
Il successo di Michele è stato ottenuto grazie ad un grosso lavoro sì di integrazione, di politica di lavoro e di "approccio" del nostro dojo, ma voglio precisare comunque che esso è arrivato anche perché Michele è sempre stato uno di quei judoisti che faceva “qualcosa in più”, piuttosto che “in meno”! Non esagero dicendo che non ho mai visto nessun altro membro del nostro dojo lavorare come lui con così tanta perseveranza, resilienza, costanza, determinazione ed emotività.
 
Michele non ha mai saltato un’occasione e questa è stata sicuramente la ricetta della sua crescita: dai raduni di Judo adattato dell’AISE (Associazione Italiana Sport-Educazione), alle giornate di raduno organizzate dal Comitato Regionale Veneto FIJLKAM o a quelle organizzate dall’AMG di Murano. Per non parlare poi di tutti gli stage internazionali svolti a Scicli dal maestro Pelligra alla “Koizumi”, quelli svolti a Forni Avoltri organizzati dalla nostraassociazione: ricorderò sempre quella volta che da solo è partito per uno stage a Polcanto (Firenze)!
Così come tutte le volte in cui ci si è ritrovati in palestra a fare allenamenti aggiuntivi (spesso io e lui da soli), anche e soprattutto in questi ultimi due anni di Covid-19. Non ha mai detto di no e, anzi, ha sempre “invitato" i più forti che trovava in materassina. Questa è stata la sua grandezza: una cosa che mi auguro tutti i ragazzi del nostro dojo “rubino" da lui.
 
Fondamentale è stato anche il dialogo e il coordinamento con Emma, sua mamma, presidente dell’AIPD - Marca Trevigiana (Associazione Italiana Persone Down), e con le persone che ruotavano attorno a Michele: i messaggi pedagogici, i “paletti” educativi che Michele ha trovato all’interno del nostro dojo sono sempre andati a braccetto con il lavoro che svolgeva in associazione, al fine di creare un ambiente intorno a lui che fosse davvero a 360° stimolante nel giusto modo.
Per ora, nonostante sia impegnativo, sta funzionando: Michele ha un lavoro, ha una sua autonomia, può anche lui scegliere di offrire una cena a Roma a sua madre, al suo maestro ed alla sua uke in silenzio, facendo a finta di andare in bagno al ristorante per non farsi "beccare" da loro. 
Basta scegliere da quale punto di vista guardare.
 
E poi l’insistenza e la testardaggine del suo maestro, Stefano Stefani, nel volergli far fare l’esame di cintura nera 1°Dan agli esami di graduazione del Comitato Veneto assieme a tutti gli altri candidati “normodotati”.
Senza sconti e senza differenze: perché "senza differenze" è sempre stato il suo percorso rispetto a quello degli altri. Quindi, perché Michele doveva essere trattato diversamente ad un esame? 
Sarebbe stata una mancanza di rispetto nei suoi confronti, una mancanza di rispetto enorme, che mai avremmo voluto recargli, visto che mai lui è stato trattato diversamente dagli altri ragazzi.
 
Dopo la sua cintura nera, a cascata sono successe una serie di cose che non ci aspettavamo: i complimenti, tramite un post su Facebook, del Governatore del Veneto Luca Zaia, gli articoli di giornale, un invito alla Camera dei Deputati da parte dell’Onorevole - ed olimpionico di Judo - Felice Mariani per parlare di Judo ed educazione! Tutte opportunità che abbiamo scelto di non farci scappare, perché ci sembrava giusto “pagare il nostro debito” nei confronti del Judo, debito che ci sentiamo di avere per tutto ciò che il Judo ci ha dato, a noi e a Michele: abbiamo sfruttato queste opportunità nella speranza possano essere utili al rilancio del Judo, in questo periodo nel quale proprio i nostri sport da contatto soffrono parecchio.
 
Ci auguriamo che questo evento e ciò che ha - speriamo - smosso, possa aver restituito valore all’attività che offriamo tutti noi che ci occupiamo di Judo. Quello dell’integrazione di un cosiddettto “disabile” è solo un piccolo fatto uscito dall’ombra, rispetto a tutto ciò che tanti “addetti ai lavori” fanno trasmettendo il Judo e, sopratutto, rispetto a ciò che realmente si può fare per lo sviluppo della società, che - permettetemi - è molto più di una medaglia alle Olimpiadi."