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Le antiche Olimpiadi (XX) - La fine dei Giochi

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Roma 23 novembre 2020 Pubblichiamo oggi un nuovo avvincente racconto storico narrato dall’arch. Livio Toschi, nella sua veste di storico della FIJLKAM. Buona lettura!

La Macedonia divenne provincia romana dopo le vittorie di Tito Quinzio Flaminino su Filippo V a Cinocefale (197 a.C.), di Lucio Emilio Paolo su Perseo a Pidna (168 a.C.) e, ancora a Pidna, di Quinto Cecilio Metello su Andrisco (148 a.C.). Nel 146 a.C. il console Lucio Mummio sconfisse la Lega Achea a Leucopetra: Corinto fu distrutta (nel medesimo anno venne rasa al suolo anche Cartagine) e la Grecia annessa alla provincia di Macedonia, ma i Giochi Olimpici continuarono, aprendosi anzi a tutti i cittadini dell’impero. Olimpia, dunque, conservò il suo prestigio per molto tempo dopo che la libertà della Grecia era solo un ricordo.

1.

1. Olimpia pianta
Lo stesso Mummio dopo la sua vittoria offrì a Olimpia 21 scudi dorati, che furono fissati sulle metope dei frontoni del tempio di Zeus. Gli imperatori Augusto, Nerone e Adriano eseguirono numerosi restauri e aggiunsero nuovi edifici. Per onorare la moglie Regilla, inoltre, a metà del II secolo d.C. Erode Attico costruì lo splendido ninfeo che finalmente fornì al santuario acqua in abbondanza.
I principali giochi romani ispirati al modello greco, tutti quadriennali, furono gli Actia a Nicopoli (28 a.C.) e i Sebasta isolimpici, ossia una manifestazione che ricalcava in tutto le Olimpiadi, a Napoli (2 d.C.), ambedue istituiti sotto Augusto; i Capitolia di Domiziano a Roma, in onore di Giove Capitolino (86 d.C.); gli Eusebeia di Antonino Pio a Pozzuoli, in onore del padre adottivo Adriano (138 d.C.). Queste quattro competizioni costituirono la nea periodos, ossia il nuovo “circuito”, mentre i giochi Olimpici, Pitici, Istmici e Nemei rappresentavano l’archaia periodos. Le corone per i vincitori dei Sebasta erano di spighe, quelle per i vincitori dei Capitolia erano di quercia.
Il primo olimpionico romano fu Tiberio, non ancora imperatore, vittorioso nella corsa delle quadrighe probabilmente nel 4 a.C. Anche suo figlio adottivo Germanico, nel 17 d.C., s’impose nelle quadrighe. Per potervi partecipare, Nerone fece addirittura spostare la CCXI Olimpiade dal 65 al 67 d.C. (e perciò fu poi cancellata dagli ellanodici).

2. 2. Erode Attico Louvre

Nel III secolo un terremoto distrusse un buon numero di edifici e nel 267, temendo un’invasione degli Eruli, il tempio di Zeus e la zona circostante furono cinti da un muro alto circa 4 metri e spesso 3/3,50 metri, per il quale fu impiegato materiale proveniente da diverse costruzioni dell’altis. Lo smantellamento di edifici (tra cui il Metroon) fu grave e gli Eruli nemmeno arrivarono. Ma sul finire del III secolo i Visigoti di Alarico invasero la Grecia e nel 395 devastarono il Peloponneso (15 anni più tardi saccheggiarono Roma).
Dalla metà del III secolo gli elenchi dei vincitori sono desolatamente vuoti: Luigi Moretti cita solo l’araldo Valerio Eclecto di Sinope nel 253, 257 e 261; Dionisio di Alessandria, vincitore dello stadio nel 269; Aurelio Sarapammone di Ossirinco, che nel 277 s’impose in una gara ignota. Nel 369 (CCLXXXVII Olimpiade) il lidio Filumeno, affermatosi nella lotta o nel pancrazio, e l’armeno Varazdat, che si aggiudicò la gara di pugilato, furono – secondo Moretti – gli ultimi vincitori olimpici conosciuti.
La CCXCIII Olimpiade, che cadeva nel 393, fu l’ultima: pressato dal vescovo di Milano, Ambrogio, per farsi perdonare una spietata repressione a Tessalonica l’imperatore Teodosio vietò i culti pagani con l’editto di Costantinopoli. Dopo quasi dodici secoli un cupo silenzio calò su Olimpia.

3. Anthonis van Dyck 005

Didascalie:

In copertina: Tito Quinzio Flaminino, sconfitti i Macedoni, proclama la libertà della Grecia durante i Giochi Istmici del 196 a.C., inchiostro acquarellato di Jean-Pierre Saint-Ours (1780) – Los Angeles Museum of Art

1. Planimetria di Olimpia: gli edifici di epoca romana sono colorati in verde

2. Erode Attico, che a Olimpia costruì uno splendido ninfeo, busto del II secolo d.C. – Louvre, Parigi

3. Teodosio e il vescovo di Milano, Ambrogio, olio su tela di Antoon van Dyck (1619-20) – National Gallery, Londra

 

 

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