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Le antiche Olimpiadi (X)

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Roma 9 luglio 2020 Pubblichiamo oggi un nuovo avvincente racconto storico narrato dall’arch. Livio Toschi, nella sua veste di storico della FIJLKAM. Buona lettura!

Non mancarono le critiche agli atleti di Olimpia

Abbiamo finora ricordato la fama che circondava gli olimpionici e gli onori a loro concessi. Non mancarono tuttavia le critiche, poiché alcuni ritenevano che l’esaltazione degli atleti fosse fondata su una falsa valutazione di ciò che era veramente importante, privilegiando lo sportivo rispetto al soldato o la superiorità fisica a scapito delle qualità intellettuali e spirituali. Tra i critici si segnalò – già nel VII secolo a.C. – il poeta Tirteo di Sparta, che sosteneva l’inutilità di un atleta per il benessere della polis se non era anche valoroso in guerra.
Il legislatore ateniese Solone, ha scritto Diodoro Siculo, «pensava che quanti gareggiavano nella corsa e in ogni altra disciplina non dessero alcun contributo fondamentale per la salvezza delle loro città e che invece quanti eccellevano per sapienza e virtù fossero in grado di salvaguardare le città coinvolte nei pericoli».
Un secolo più tardi, stanco di vedere la sua sapienza sottovalutata, affermava Senofane in un frammento delle elegie: «Avventati criteri! Non è giusto preferire alla filosofia la forza fisica. Se c’è fra i cittadini un pugile valente, uno bravo nel pentathlon, nella lotta o nella corsa, [...] non per questo la città gode di buon governo. Ben poco diletto ne ha la polis se qualcuno vince una gara a Olimpia: non è così che s’impinguano le sue casse».
In un discorso tenuto a Olimpia nel 380 a.C. anche Isocrate si allineava su questa posizione.
«Mi sono spesso stupito che i fondatori delle Panegirie e gli organizzatori delle gare atletiche abbiano messo in palio premi così magnifici per le prestazioni fisiche, senza riservare alcun riconoscimento a chi ha lavorato per il bene comune e ha perfezionato le proprie qualità spirituali per essere utile agli altri. E invece era a questi uomini che si doveva pensare. Infatti, se gli atleti avessero anche il doppio della loro forza fisica, l’umanità non guadagnerebbe nulla, ma se un solo uomo è saggio, tutti quelli che vogliono condividerne le idee possono trarne vantaggio».

1.

2. Solone di Fancesco Hayez
Sono famose le parole di scherno di Esopo contro l’atleta vanesio dei suoi successi pur avendo sconfitto avversari da lui stesso definiti più deboli, e quelle di Diogene contro il corridore veloce tra gli uomini, ma più lento di una piccola lepre. Gli attacchi si moltiplicarono contro il professionismo, che «apparve nella seconda metà del V secolo, rigettando l’antico ideale dell’esercizio della forza per la salute e per la destrezza in guerra, congiunte con la bellezza fisica: esso rese l’agonistica fine a se stessa» (Bronislaw Bilinski). Con il professionismo si spense il fuoco dell’antico ideale eroico e lo scopo dell’atleta non fu più la gloria o la capacità di difendere la patria. Insomma, l’atleta professionista era un essere socialmente inutile e le gare sacre (agones ieroi), col tempo, si trasformarono in semplici spettacoli.
Nel dramma satiresco Autolico così si esprimeva Euripide: «Fra i tanti mali che affliggono l’Ellade, nessuno è peggiore della razza degli atleti […]. Quale buon lottatore, infatti, oppure quale corridore, quale discobolo o ancora quale buon fracassatore di mascelle, coronato per le vittorie, ha portato vantaggio alla sua città?».
Va ricordato che nella sua tragedia Ippolito, del 428 a.C., Euripide (da molti accusato di misoginia) affermò invece che il peggiore dei mali non erano gli atleti, ma le donne.

2. 3. Euripide
Il condottiero tebano Epaminonda riteneva l’agilità più importante della forza «e quindi limitava gli allenamenti sportivi alla corsa e alla lotta, mentre concentrava gli esercizi sulla pratica delle armi». Un altro generale, Filopemene di Megalopoli, sosteneva che gli atleti «mangiano troppo, dormono troppo e devono seguire abitudini regolari, tutte cose impossibili per i soldati durante le campagne, e alla fine fece bandire ogni forma di atletica dall’esercito». Nemmeno Alessandro Magno nutriva molta fiducia nelle capacità degli atleti in battaglia.
Anche il poeta Lucillio (II secolo a.C.), l’architetto Vitruvio Pollione (I secolo a.C.) e, soprattutto, il medico Galeno di Pergamo (II secolo d.C.) non risparmiarono violenti attacchi agli atleti.
Altri, invece, seppero criticare con raffinata ironia. Nelle Thanatusie, i giochi disputati dai defunti che soggiornavano nell’Isola dei Beati, Luciano di Samosata ha immaginato che gli agonoteti Achille e Teseo dispensassero ai vanagloriosi vincitori corone intrecciate con penne di pavone.

Didascalie

In copertina: Alessandro e Diogene, olio su tela di Paride Pascucci (1891) – Museo Cassioli, Asciano

1. Solone, olio su tela di Francesco Hayez (1812-13) – Gallerie dell’Accademia, Venezia

2. Busto di Euripide / Definì gli atleti e le donne “il male peggiore della Grecia”

 

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