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Lottatore iraniano giustiziato. Il silenzio si fa preghiera

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Può capitare che su queste pagine vengano trattati anche argomenti extra sportivi. Argomenti cosiddetti di approfondimento o di informazione generale, in qualche modo collegati allo sport ed in particolare ai nostri sport. Non era ancora accaduto però, di dover affrontare temi drammatici come in questa tarda estate del 2020, anno destinato a rimanere scolpito nelle memorie dei più a causa del flagello del Covid. È stata una notizia drammatica quella di Malak, giovane judoka del Jigoro Kano Torino, uccisa assieme alla sorellina dalla tempesta abbattutasi sulla tenda nel campeggio dove dormivano. Drammatica come l’uccisione di Willy Monteiro Duarte, avvenuta a Colleferro attraverso un ‘pestaggio’ assurdo da parte di quattro bulli che, in qualche modo, hanno fatto parlare di sport di combattimento e, per uno di loro, è stata collegata l’appartenenza alla nostra federazione. Malak e Willy, due nomi che hanno l’effetto di un ‘uno-due’ da kappaò, troppo stretta la distanza fra i due colpi. Una sequenza che, purtroppo, è stata allungata anche dalla terribile notizia arrivata dall’Iran, con la comunicazione che la condanna a morte di Navid Afkari, lottatore professionista di 27 anni, era stata eseguita. Queste righe si potrebbero anche concludere qui. Cosa c’è da aggiungere all’esecuzione di una condanna a morte, se non il silenzio? Un silenzio che sarebbe molto prezioso, soprattutto utile in tante e frequenti situazioni, ma di fronte all’esecuzione di una condanna a morte suona come una preghiera. Per un ragazzo di 27 anni, un atleta con i suoi sogni e le sue ambizioni, i suoi sacrifici e le sue passioni. Un ragazzo fra l’altro, che lottava per portare alto l’onore del suo paese. E per il quale sono intervenuti in tanti ed autorevoli per chiedere una grazia impossibile, da Human Rights Watch e Amnesty International, lo stesso CIO ed alcuni campioni mondiali di lotta. Ma se, com’è riportato da più parti, l’ammissione di colpevolezza dell’omicidio volontario, del quale Navid è stato accusato, è stata estorta sotto tortura e, in ogni caso, successivamente ritrattata ed i presunti video che documenterebbero l’uccisione del funzionario governativo da parte del lottatore, secondo il suo legale non esistono e dall’estate 2018, quando accadde il fattaccio nell’ambito delle rivolte di piazza, ci sarebbe stato il tempo per renderli pubblici e far mettere l’anima in pace a quella povera madre. No, nessuna risposta e sulla base della «legge di ritorsione», è stata eseguita la sentenza in un carcere della città di Shiraz su «insistenza della famiglia della vittima». Il Comitato olimpico internazionale, tra le organizzazioni che si erano mobilitate per salvare la vita al lottatore, ha dichiarato di essere “scioccato” dall’esecuzione che, il presidente Thomas Bach ha definito “profondamente sconvolgente”.

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